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Il nuovo album dei Nine Inch Nails di Trent Reznor, scritto e prodotto insieme ad Alan Moulder, forse non sconvolgerà quanti cercavano a tutti i costi novità sostanziali rispetto a “Fragile”, però è un lavoro di tutto rispetto ed un ulteriore conferma della genialità malata e un po’ folle dell’autore. Un brano così percussivo ed inquietante come “All The Love In The World”, messo in apertura dell’album, non è che la stesura delle linee guida di base di Mr Reznor, da sempre interessato a dare voce alle angosce esistenziali dell’uomo moderno. Sul finale l’intervento di un pianoforte annuncia una qualche forma di melodia che cresce, ma lentamente, come le speranze di chi sogna un mondo migliore. Subito dopo ascoltare “You Know What You Are?” significa ricevere un pugno nello stomaco, vuol dire piegarsi dal dolore, è come essere sopraffatti da urla strazianti. E’ forse questa l’unica forma d’arte di un secolo che pullula di gente, ma al quale mancano le persone, é “Il Grido” di Munch riproposto in una chiave più attuale. “The Hand That Feeds” è senz’altro il brano migliore dell’album, una parete di suono inattaccabile, intarsiata di sferragliate metalliche, un ritmo travolgente e lassù in alto la voce di Trent Reznor a predicare nel deserto. “Love Is Not Enough” significa esporsi ad una elettronica oscura ed inquietante, con la chitarra che penetra di tanto in tanto ad allargare il solco di ferite antiche, ma che non hanno alcuna voglia di rimarginarsi. “Everyday Is Exactly The Same” ha un incedere lento ma quanto mai affascinante lungo strade percorse quotidianamente dall’angoscia del vivere, mentre “With Teeth” la “title track” è un brano permeato da un’elettronica percussiva, e da una timbrica forte, schizzata e devastante. La voce di Trent risuona sola e distante, quasi impossibilitata ad emergere. “Only” e “ Sunspots ”, due ballate oscure e cadenzate, sono tenute in vita dal suono dispotico di un basso elettrico ventrale, “Getting Smaller” alias il trionfo della distorsione, della dissonanza, della disarticolazione della forma, come in una rivolta, e alla voce di Trent Raznor - quasi come se non riuscisse a trovare un appoggio – non resta che perdersi nel vuoto. “The Line Begins To Blur” l’indicatore è sul rosso, c’è disperazione a livello puro, c’è disaffezione, estraneità e sconcerto, è un allarme lucido, consapevole sul destino dell’umanità. “Beside You In Time”, un ronzio insistente, quello dei sintetizzatori, copre una vocalità sommessa, quasi del tutto priva di toni, in quella che dovrebbe essere una promessa di amore. “Right Where It Belongs ”, per piano e voce, ma ogni elemento è filtrato dalle macchine, una qualche linea melodica però emerge lo stesso, fredda e consolatoria, orgogliosa della sua stessa solitudine. “ Home” è un brano ossessivo e tambureggiante, che echeggia isolamento e distanza, si vede un po’ di luce, quella della nostalgia, ma è un riflesso tenue, quasi inconsistente, tutto è così lontano. Insomma, un album forte ed intenso, lacerato e disperante, percussivo e metallico, condito da una elettronica difficile da digerire, il contrario esatto di certa “new age” lassativa e rilassante, i Nine Inch Nails, tubi di caldaia impazziti, otturazioni ribelli, scorie attive a cui viene affidato il compito di comporre.
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