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Il tempo non passa invano. Nel campo delle sette note, in special modo, un certo distacco aiuta a valutare meglio dischi e generi che al loro manifestarsi erano stati valutati in modo frettoloso. Chiamatelo pure revisionismo, poco ce ne cala, è l’unica definizione che esiste e non è neanche detto che sia una mala cosa. Prendiamo, a caso, il fermento elettronico britannico dei primi anni ottanta: se si voleva essere vilipesi, al tempo, bastava asserire che gli Human League erano degli innovatori, pronunciarsi favorevolmente verso i (primi) Duran Duran, od esaltare le frenesie vocali di Marc Almond ed i loop sintetizzati di Marc Ball dei Soft Cell. Tanto bastava per essere ostracizzati da quella cerchia di saputi in cui si era decretato che musica vera corrispondeva a chitarre e sudore, e che il techno-pop era solamente l’ultima moda plastificata e deficiente proveniente dal Regno Unito. Fast-forward ai nostri giorni, però, e vediamo che il termine “autentico” non ha più nessuna, ma assolutamente nessuna valenza positiva. Ci si è accorti improvvisamente (un po’ in ritardo, forse? Noi lo avevamo capito da un pezzo) che tra sincero e fasullo c’è una tal sottile distinzione che non vale la pena di perderci il sonno. Ci si è accorti che quegli artisti all’epoca stroncati senza pietà sono stati dei pionieri, gente che ha inciso sul loro futuro – che è poi il nostro presente – molto più di quanto quegli sventati critici non si aspettassero, laddove: i Depeche Mode sono citati come importante influenza da innumerevoli della scena odierna, con Johnny Cash (!) che interpreta la loro “Personal Jesus”, si incensano gli Human League, i Duran Duran fanno il tutto esaurito ai recenti “reunion shows” mentre la “nuova” critica si inchina alla menzione del loro nome, e gruppi contemporanei come Ladytron e Fischerspooner attingono a piene mani da Gary Numan, Kraftwerk e Visage. Già, i Fischerpooner, per l’appunto. Che dopo il brillante ma altalenante esordio “#1” nei giorni del movimento cosiddetto “electroclash”, oggi ci propongono un album più ambizioso e basato sul formato “canzone”, che di fatto è uno spettacoloso omaggio alle sonorità di cui alla prima metà degli anni ’80. Di “Odissey” si può dire, intanto, che si tratta di un artefatto pressochè unico, in quanto, a parte Warren Fischer (musica) e Casey Spooner (voce) non c’è praticamente nessun altro, oggi, che incida roba di questa fatta, una sorta di operazione di salvataggio e riproposizione di quanto era valido e salvabile in quel periodo storico. O.K., si può anche asserire che i Fischerspooner non inventano un bel nulla, limitandosi a riciclare a destra e a manca, ed è cosa vera. Il punto, però, è che lo fanno straordinariamente bene – e, supponiamo, con enorme passione - e che oggi un’operazione del genere non è né sterile né scontata né scaltra, ma al contrario possiede un’enorme importanza nel sottoporre una nuova generazione di ascoltatori a sonorità che devono as-so-lu-ta-men-te continuare a girare. Essendo americani, non deve destare stupore che Fischer e Spooner abbiano a mente la lezione dei connazionali Devo (nel singolo “Just Let Go”, supportato per una volta da chitarre elettriche, e nella conclusiva cover dei Boredoms “Circle”, che assai ricorda quel “Devo Corporate Anthem” che chiudeva “Duty Now For The Future”). Le influenze predominanti su “Odissey”, però, sono indubbiamente britanniche. E così, “Cloud” riecheggia i Pet Shop Boys dei primi due album, “Get Confused” possiede una linea vocale che fa rimembrare qualcosa di già ascoltato da Simon Le Bon, “Happy” sa di New Order, e per lunghi tratti si ha l’impressione – gia avuta per “#1” - che i Fischerspooner abbiano ascoltato spessissimo e volentierissimo i Visage di Steve Strange. Badate bene comunque che stiamo parlando dei “migliori” Pet Shop Boys, dei Duran degli esordi, dei New Order del periodo “Technique” e dei Visage del primo – non del secondo – album, quello che conteneva l’epica “Fade To Grey”, per intenderci. Insomma, oltre ad essere meritevole per i motivi esposti in premessa, “Odissey” è anche un signor disco di pop elettronico, che all’epoca in questione non avrebbe certo demeritato. Una menzione particolare deve poi andare ai 3 pezzi “anomali”: la ritmata (quasi “housata”) ed insistente “We Need A War”, con testo - presumibilmente ironico - della recentemente deceduta Susan Sontag, e i due lenti atmosferici che appaiono verso la fine, “Ritz 107” e “All We Are”; quest’ultimo, per qualche recondito nostro motivo non meglio spiegabile, ci ricorda “One” degli U2, e se pubblicato come singolo potrebbe finalmente dare ai Fischerspooner quel successo che tanto agognano e meritano. Preparatevi, ragazzi, e preparatevi bene, perchè gli anni ’80 stanno tornando. Anzi, sono già tra noi.
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