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Siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di Antony – crediamo, come la maggioranza degli esseri umani non newyorkesi e non frequentatori dei gay-clubs della Grande Mela – in occasione della tournèe di Lou Reed del luglio 2003. Antony, che per quasi tutto il concerto era rimasto annidato nell’ombra a fare il corista e spiccioli, al momento dei bis fu invitato da Lou a eseguire la velevettiana “Candy Says”, e quando terminò ricevette un’ovazione. Un po’ perché Lou in fondo quella canzone non l’aveva mai cantata (né mai avrebbe potuto farlo) così bene, un po’ perché tutti ci rendemmo conto che questo guaglione all’apparenza goffo ed impacciato possedeva una voce angelica ed intensa come raramente se n’erano mai ascoltate prima. Questo prologo per dire che mentre molti – gli assenti di “quel” tour di Lou Reed – oggi si dicono sorpresi ed impressionati dai talenti vocali del bravo Antonio, noi possiamo dire che in fondo l’exploit di “I Am A Bird Now”, suo secondo album dopo l’incerto esordio di quattro anni fa, un po’ ce l’aspettavamo. Certo: chi possiede in casa una rispettabile collezione di CD di performer come (a caso, ma non troppo) Nina Simone, Marc Almond o Dusty Springfield, pur amando “I Am A Bird Now” lo valuterà in modo più pacato, giudicandolo dalla dovuta prospettiva storica; gli altri grideranno – come stanno già gridando – al miracolo, anche se miracolo non è. Di certo c’è che questo secondo di Antony scorre - melodrammaticamente, decadentemente - di un fiato all’inizio alla fine, e funziona ancor meglio se ascoltato in una invernale giornata di pioggia. I suoi ingredienti di base sono semplici ed essenziali: piano e voce (con talvolta una presenza di archi, e di fiati) ma ciò che rende “I Am A Bird Now” un album anormalmente superiore alla media, sono le canzoni. Due esempi su tutte: la sfavillante “Fistfull Of Love”, che inizia come un pezzo di Lou Reed, con Lou in persona a declamare due fesserie (“I was lying in my bed last night staring / At a ceiling full of stars / When it suddenly hit me / I just have to let you know how I feel”, più banale di così si muore) per poi passare la staffetta ad Antony, e nel mentre si verifica una brusca trasformazione del sottofondo musicale in un “blue-eyed soul” trascinante che non avrebbe sfigurato su “Dusty In Memphis”. Ed è di una bellezza indicibile la dolente “What Can I Do?”, un concentrato di malinconia che vede un’appassionata interpretazione del cantante, britannico d’origine ma cresciuto in America. Un brano realmente stratosferico: il nostro preferito del lotto e, forse, dell’anno. Altrove (“My Lady Story”) il Nostro si rifà al Marc Almond di “Torment & Toreros”, uno dei suoi – e nostri - dischi preferiti; ed è un po’ “facile” “You Are My Sister”, in cui il riesumato Boy George fa una comparsata in qualità di ospite. Ma nel complesso la qualità è elevatissima, come testimoniato da “For Today I Am A Boy”, “Bird Guhl”, “Man Is The Baby”, altri tre brani ad altissima caratura emozionale. No, forse non si tratta di un capolavoro; e poi, a dirla proprio tutta, non siamo neanche grandi fans della voce di Antony, che, per quanto tecnicamente ineccepibile e a tratti emozionante, alla lunga ci risulta lamentosa e pedante, portandoci a fantasticare su come sarebbero state ancora più potenti – che so – “What Can I Do?” cantata da Marc Almond o “Fistful Of Love” eseguita da Dusty in persona (a Memphis, ovviamente). E allora, però, perché mai “I Am A Bird Now” lo avremo ascoltato almeno una cinquantina di volte – evento che oggigiorno non capita praticamente MAI - e in questo esatto momento ce lo stiamo risentendo, e non la smette di incantarci?
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