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Vi piacciono gli Small Faces? Rimpiangete i tempi in cui il vero R&B britannico la faceva da padrone grazie agli Animals di Eric Burdon? Fermatevi un attimo e guardate bene questa copertina perché è quella che fa per voi. Il terzo disco dei Sights, gruppo proveniente da Detroit e alfiere di un certo garage rock sporcato dalla musica nera, è un concentrato di ottima musica, di quella che ti riporta indietro fino al beat degli anni Sessanta, fino al suono di quell’organo hammond che si distorce piano piano, dando una botta di energia assieme a quelle chitarre abrasive piene di riff accattivanti e dal sapore antico. I punti di riferimento in questo disco sono evidenti, per il sound, il modo di comporre e più in generale l’aria che si respira: Who, Animals, Creation e perfino i Beatles o gli Stones. Un disco che è un documento di un’epoca passata anche se pubblicato nel 2005, un po’ come per i Mando Diao che pure hanno sfornato nel 2005 un disco dai forti sapori beat, allontanandosi però dalla ruvidezza dell’esordio: qui invece c’è rock’n’roll nudo e crudo, sporco, fatto di taglienti chitarre e assoli di organi che rimandano ad una chiara situazione da jam session. L’attacco è dato da “I’m Going To Live The Life I Sing About In My Song”, che è un pò un manifesto dell’intero disco: è un pezzo con cui la gospel singer Mahalia Jackson esordì tanto tempo fa in uno dei suoi dischi, ed è rivisto qui alla maniera dei Sights, bello ruspante e grezzo nel suono; questo sarà il sound che ci accompagnerà per tutto il disco. L’organo riveste un grosso ruolo, pari a quello delle chitarre, e lavora ritmicamente su ogni pezzo a incastrarsi nelle trame di chitarre, oltre a ricamare e dare spessore con assoli mirati e mai invadenti; stesso discorso vale per il piano acustico ed elettrico, che però rivestono un ruolo marginale. Il disco è molto ben costruito e fedele nel sound e nel territorio di riferimento: a pezzi più potenti come ad esempio “Will I Be True?” o “Last Chance”(che richiama non solo nel nome il garage rock dei Jet o dei White Stripes) fanno eco piccole gemme soul come “Scratch My Name In Sin” , così come a pezzi in cui la melodia e i sapori beat soul si fondono alla perfezione (“Backseat”, in evidenza anche per gli ottimi colori da ragtime che dà il piano) corrispondono pezzi in cui davvero pare di ascoltare il beat di 40 anni fa (“Waiting On A Friend”). “Baby’s Knocking Me Down” è una ballatona dalle atmosfere elettro acustiche alla Procul Harum che nel ritornello sfodera chitarre distorte, tutto sotto un tappeto di hammond, fino ad aprirsi in uno scintillante assolo di piano tra blues e rock’n’roll; “Just Got Robbed” è chiaramente Animals con quei battiti di mano che accompagnano il cantato e quel riff di chitarra cui fa da contrappunto l’organo, un altro ottimo pezzo che concede molto nella jam finale. Dopo “Frozen Nose”, a metà tra R&B e garage rock, è il momento di “Suited Fine”: un altro pezzo sostenuto da un buon piano elettrico e da un torrido organo che ti fa pensare per un attimo ai Thrills: è solo un momento però, perché puntuale arriva uno slow down dominato dall’organo e capisci che sei completamente su un altro canale. Il finale è per “Good Way To Die”, introdotto da un delirio di organo percussivo che fa molto ma molto anni Settanta, pieno di intuizioni e virate nel rock e nel blues; il resto del pezzo è chiaramente all’altezza dell’inizio, sofferto, sporco, sudato, e tuttavia le sorprese non sono ancora finite. Come ghost track c’è la cover di “Stay With Me” di Rod Stewart, solido rock’n’roll pieno di ritmo cantato con la sbarazzina voce rock soul del cantante Eddie Baranek, dove compaiono un piano assassino e un hammond sopra le righe: finisce il disco e lo fai ripartire dall’inizio, pensando a quando domani andrai a comprare un po’ di blues e soul dei Sessanta. Ben fatto.
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