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Era ora. Dopo un’attesa durata 10 anni, il disco d’esordio dei Northpole. Per chi non li conoscesse, dirò che insieme ai Valentina Dorme sono stati i padri fondatori di quella scena veneta che costituisce oggi buona parte della nuova onda prossima ventura, dopo quella della Sacra Trimurti Afterhours – Subsonica – Marlene Kuntz. Vera istituzione in Veneto, e scandalo vivente dell’industria discografica che non ha finora scommesso su di loro, ce l’hanno fatta grazie all’interessamento dei Perturbazione, patroni de L’amico immaginario. Con un disco bellissimo, va detto subito. Quello dei Northpole è un pop di alta classe, che si muove sulle coordinate tracciate venti anni fa dagli antenati Smiths senza rimanere fermo a loro, com’è logico e giusto che sia. Ai materiali di origine ne vengono aggiunti altri, disparati: nei pezzi dei Northpole i cacciatori di influenze ci potranno sentire Nick Cave (nel basso martellato di “Luca Marc”, ad esempio), Jeff Buckley, perfino i Nirvana (la strofa di “Niente mi ricorda di te” è una riscrittura di “About a girl”), addirittura il Lucio Battisti che flirtava con la disco di “Ancora tu” (stavolta nel ritornello di “Niente mi ricorda di te”). Come in ogni ricetta d’alta cucina, la somma degli ingredienti non è una lista della spesa, ma un sapore nuovo e personale insieme, che fa dei Northpole un unicum sulla scena italiana, che al più ha dei fratellini di consonanza nei Baustelle, negli stessi Perturbazione, nei Non voglio che Clara. E gli ultimi due partecipano al disco: Cristiano Lo Mele ed Elena Diana suonando chitarra e violoncello, Fabio De Min occupandosi di piano, rhodes, organo, wurtlizer e soprattutto degli arrangiamenti degli archi. E che archi: degni di Bacharach o dei dischi di Scott Walker, a testimonianza dello spessore del musicista bellunese. C’è poi la band, nuda e cruda: tutti ottimi musicisti. C’è un cantante, Paolo Beraldo, che sa cantare per davvero (e non è poco, oggi) e scrive testi meravigliosi. L’esordio del disco parla da solo: “Fanculo lo stile / se hai solo quello / sei solo una bugia” (“Adesso è limpido”). Il bello è che sotto c’è una musica che più stilosa no si può: tappeto ritmico e chitarra ricordano “Shaft” di Isaac Hayes in versione brit-pop. Verità e stile dei Northpole stanno in una musica sincera, in testi che parlando di frammenti di vissuto personale e intimo aprono squarci di verità sul Mondo che ci circonda: “il rito di andare in letargo / ha i giorni contati / restare rinchiusi in campane / di vetro non paga” (“Tutto il fuoco che hai”). Siamo circondati da un’umanità disumanata, persa dietro i valori dell’apparire a ogni costo, vuota interiormente, popolata di Costantini e veline, che cerca la felicità nell’ostentazione del possesso: “Così hai buttato / tutti i tuoi desideri / nel dimenticatoio / e stai meglio ora /hai una macchina più veloce / e un orologio più preciso / una casa più calda / e una ragazza di prima scelta” (“Luca Marc”). Eppure non è qui la felicità: se si incrina la bolla di ipocrisia l’unico scampo è il suicidio (come in “Luca Marc”, dolorosa storia vera del Nordest). Per fortuna c’è anche un’altra umanità, vera, estranea a questo mondo, a cui si può dire felici e spensierati “Niente mi ricorda di te / vengo a casa tua / preparami un caffè”. Canzoni splendide e malinconiche, piene di un senso di bellezza assoluto e della inquietudine per la devastazione che sale, come certe mattinate di nebbia e sole tra le ville venete. Disco supremo. Uno dei migliori del 2005, da subito.
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