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Chiudi gli occhi e pensa a Springsteen , vedi l’America. L’America delle laceranti contraddizioni, l’America delle guerre non volute dal popolo, l’America della gente che il primo calcio in culo dalla vita l’ha ricevuto quando è stata messa al mondo. L’america delle desolate storie raccontate dal Boss, storie ai margini di una vita incattivita dalla sua stessa durezza e tuttavia cariche di una certa umanità. Se “The Rising” in un certo senso era un concept album, nato dai dolori dell’11 Settembre e fortemente in debito con quella determinata situazione storica, questo “Devils & Dust” invece gira attorno ad una determinata immagine, quella di un’America marginale, desolata e amara, raccontata attraverso canzoni che si rivelano episodi in sé conchiusi ma fortemente vicini gli uni agli altri. Non è la prima volta che il Boss esce con un disco per così dire narrativo: nel periodo Reagan degli anni Ottanta con “Nebraska”, e in piena era Clinton con “The Ghost Of Tom Joad”, aveva già cercato di parlare della gente “on the border”: il risultato fu una coppia di dischi pressoché acustici di una bellezza toccante, che rappresentano un po’ il terreno da cui nasce questo ultimo disco in studio. “Long Time Coming” e “All I’m Thinkin About” infatti sono state proposte durante il tour acustico del 1995, quando Springsteen, come ha rivelato lui stesso ultimamente, era un fiume in piena di intuizioni che saliva e scendeva da un palco all’altro trovando il tempo di scrivere il materiale che gli veniva da dentro; e anche “The Hitter”, amaro resoconto di un pugile che richiama “Hurricane” di Dylan nel 1975, si fa risalire a un periodo precedente (ed è rimasta uguale a come era proposta in giro per i teatri). Il risultato di tutto questo è un disco di riflessione, di storie incorniciate in una musica tra folk e country, con leggere e sporadiche inclinazioni rock e gospel; il suono non è quello corposo del precedente “The Rising”, la E Street Band non c’è e compaiono solo Brendan O’Brien al basso e Steve Jordan alla batteria, con interventi della Nashville String Machine, della violinista Soozie Tyrell e della moglie Patty Scialfa: il Boss suona tutte le chitarre, le tastiere e l’armonica. Un disco che affronta i fantasmi della gente, i loro demoni, la paure della vita, le difficoltà che si celano per tirare a campare ogni giorno che nasce, la vita e la morte. Sotto questo segno si apre il disco proprio con la canzone che dà il titolo all’album: ha quasi l’incedere di una preghiera solenne ma odora di morte, di disperazione, quella che si legge negli occhi di chi uccide per difendere la propria fede anche se la sta perdendo (I’ve got my finger on the trigger/ And tonight faith just ain’t enough. When I look inside my heart/ There’s just devils and dust). “Jesus Was An Only Son” è una ballata rurale dagli accenti gospel che apre con l’immagine forte di Gesù figlio unico mentre compie il suo calvario, con la Madre che lo segue in un sentiero sporco di sangue, mentre “Black Cowboys” e “Silver Palomino” evocano scenari desertici di praterie e disperazione, con una storia di una madre che muore lasciando il figlio giovanissimo a confrontarsi con la vita e la sua crudeltà. Un’ altra storia ai margini della società è raccontata nella finale “Matamoros Banks”, gente del Sud che abbagliata dal sogno americano si muove in cerca di una vita migliore, finendo invece la propria vita in un deserto, una montagna o il Rio Grande (molto forte anche l’immagine iniziale del cadavere che riemerge dopo due giorni dalle acque del fiume), così come d’impatto e riflessiva allo stesso tempo è la storia raccontata in “Reno”, un incontro piccante tra una prostituta e il protagonista avvenuta in un Topless Bar nel Nevada (mai il Boss era stato così esplicito nei testi, questo gli ha fatto meritare l’avviso parental advisory sulla copertina del cd). Nel disco appare un’umanità di vario genere, tante storie che rivelano la sofferenza, la cruda verità e l’amaro resoconto di una vita che mette ai margini, un mosaico di storie che incorniciano un’America peggiore di quella cui faceva riferimento “The Ghost Of Tom Joad”, una parte specifica dell’America, quella che piccola e dolente fa i conti con la paura dei suoi demoni e la polvere che è costretta a mangiare. Un disco molto intenso e riflessivo, amaro e desolato, rurale, pieno di speranza e fede, una foto folk che Springsteen scatta alla sua gente, immortalandola in un preciso periodo storico, quello di George W. Bush. Il disco esce in versione doppia con un dvd contenente varie interviste e esibizioni live di alcuni brani presenti nel disco audio, introdotti e suonati completamente acustici dal Boss. Un disco alla sua altezza.
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