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Francesco De Gregori
Pezzi
2005
Sony
di Hamilton Santià
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A contare i giorni che separano i dischi veri di De Gregori c’è da star male – almeno cinque anni da “Amore nel pomeriggio”, ultimo suo disco di canzoni inedite – perchè tra un suo lavoro e l’altro si viene immersi da badilate di inutilità assortite tra live e raccolte sempre più ovvie e con gli stessi pezzi. Pezzi che ritornano, finalmente, in veste nuova e danno il titolo al suo nuovo lavoro, un disco che scopre De Gregori come il vero – l’unico? – epigone italiano di quel Bob Dylan che da tempo il nostro cerca di imitare in concerto: vuoi per l’attitudine rock, vuoi per il modificare la melodia delle canzoni, i testi e il cantato, vuoi semplicemente perché – può piacere o no – dopo anni di carriera è riuscito a guadagnarsi una considerazione artistica elevata e una stima imperitura da parte di pubblico e critica. Ma il riferimento all’hobo di Duluth non finiscono qui, perchè De Gregori decide di riproporre l’attitudine cafona dei live su disco e finalmente si ascolta – musicalmente parlando – un’opera cantautoriale che esula dal classico disco di canzoni d’autore. Fuori i classici arrangiamenti ridondanti e i tastieroni che fanno tanto atmosfera, dentro le chitarre e i blues in dodici che se da un lato ricordano cinquant’anni di tradizione americana, dall’altro ci fanno saltare dalla sedia per esclamare in un coro di giubilo che finalmente sono arrivate le chitarre. Sotto il profilo lirico De Gregori dimentica, ed era ora, l’amarcord politica e le stucchevolezze amorose per lanciarsi in spiccati esempi di deliranti non-sense – Vai in Africa Celestino o Tempo reale – e immagini piene di lirismo che, forse, poco hanno a che fare con l’impegno sempre e comunque della nostra canzone d’autore – ad esempio Numeri da scaricare – perché forse è vero che le canzoni devono farti pensare, ma queste dieci filastrocche blues hanno nella loro sconclusionata filippica una valenza politica più efficace – ora – di ogni locomotiva o cuochi di Salò. E magari sì, qui si fa l’Italia e si muore, però cavolo, quando le chitarre attaccano e il piede comincia a battere, la musica diventa molto più efficace di ogni altra stronzata corrucciata.
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22/04/2005 -
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