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Prima di tutto, le informazioni di base: The Handsome Boy Modeling School è il parto della mente di due personaggi di pura (deviata) fantasia che corrispondono ai nomi di Nathaniel Merriweather e Chest Rockwell che, a loro volta, coincidono con quelli dei dj/produttori Dan Nakamura e Prince Paul. Il Nakamura è ben noto per essere stato il “deus ex machina” dietro alcuni progetti di “hip-hop ma non solo” quali Kool Keith, i Deltron 3030 e finanche i popolari Gorillaz del Blur Damon Albarn. Ed ha ancor meno bisogno di presentazioni Prince Paul, che dopo il suo ruolo fondante negli ‘80’s con la “hip-hop band” Stetsasonic, è poi diventato il produttore – nientemeno – che dei De La Soul fin dal seminale “Three Feet High And Rising”, è stato membro, con The GZA dei Wu-Tang, dei Gravediggaz, e ha impreziosito con il suo apporto e la sua abnorme creatività un’infinità di dischi del più eccellente hip-hop. Orbene: Nakamura e Paul, sempre col nomignolo di Handsome Boy Modeling School, ci avevano già regalato – nel ’99 – quello che è destinato a rimanere l’ultimo grande album del genere del millennio appena trascorso, l’eterodosso “So…How’s Your Girl?”, indicatore di nuove vie e inedite direzioni che ahimè solo pochi hanno saputo o voluto recepire. Ora, a distanza di un lustro, Nakamura e Paul sono tornati insieme (Nakamura, nel frattempo, un paio di anni fa aveva già rispolverato il suo nickname Nathaniel Merriweather per dar vita al valido esperimento di erotic-hip-hop “Lovage”) per questo “White People”, che, a dispetto delle aspettative del fan, risulta oltremodo deludente. Era chiaramente difficile, se non impossibile, ri-raggiungere la perfezione e l’essenzialità di un “So…How’s Your Girl?”, dallo standard davvero troppo elevato. Mentre però quello, pur mischiando e frullando stili e generi i più diversi tra loro, restava essenzialmente un album hip-hop, apprezzabile anche dal più tignoso dei puristi, in “White People” – per dirla in termini comprensibili dall’uomo della strada – non si “quaglia” quasi mai. Non voglio dilungarmi più di tanto sui vari “skits” che nefastano l’album, i cui intenti benchè ludici risultano solo irritanti (ascoltate la track 5 o la track 16, integralmente se riuscite ad arrivare alla fine). Penosi e senza direzione alcuna sono poi alcuni episodi più metal che rap, quali “Are You Down With It” – con Mike Patton alla voce - e “The Hours” con l’apporto di alcuni membri dei Deftones, francamente indigeribili, specie pensando agli anni (oltre una decina) che sono trascorsi dagli esordi dei Rage Against The Machine. Delude anche il guazzabuglio di generi (classica – Vivaldi – inclusa) della parte seconda di “Rock’n’roll (Could Never Hip-hop Like This)”, a cui contribuiscono anche Mike Shinoda e Chester Bennington dei Linkin Park: un vero scempio, specie se ripenso alla brillante parte uno del suddetto pezzo (che apriva “So…How’s Your Girl?”), basato su un sample del classico “On Fire” degli Stetsasonic e che resta tuttora nella mia memoria come uno dei più eccelsi pezzi hip-hop rockeggianti mai composti. Dato fiato alle critiche, rimane qualcosa di salvabile da “White People”, visto che Nakamura e Paul non sono propriamente degli sprovveduti? Ovviamente sì, nella guisa di quattro pezzi fa-vo-lo-si. C’è “I’ve Been Thinking”, dove la chanteuse indie Cat Power concede le sue grazie vocali arrochite dal fumo nel miglior trip-hop dai tempi di “Dummy” dei Portishead. C’è “The World’s Gone Mad”, in cui l’hip-hop si fonde ottimamente con il dancehall, con una sapiente interazione fra il rapper Del The Funky Homosapien (un fedele di Nakamura dai tempi di Deltron 3030 e Gorillaz) e il giamaicano Barrington Levy. Tutta da danzare. C’è “First…And Then”, purissimo hip-hop della miglior specie, con ritmi e samples selezionati accuratamente da Prince Paul e Dan Nakamura, il fantastico scratching schizzato di Kid Koala (altro nakamuriano della prima ora) e un rap da favola del redivivo Dres, che i più informati ricorderanno per esser stato uno dei Black Sheep, il duo affiliato ai Native Tongues dei De La Soul. E a proposito di De La, infine, sono proprio loro a contribuire a “”If It Wasn’t For You”, la trascinante, swingante traccia di lounge-hip-hop che apre “White Boy” e che surclassa uno qualsiasi dei brani di “The Grind Date”, ultimo album del trio di Long Island. Quattro pezzi su un album di quasi settanta minuti, evidentemente, è un risultato scarsetto, senz’altro inferiore alle attese. Nakamura e Paul, però, sono tra i pochi, nella scena attuale, in grado di estrarre un coniglio dal cilindro quando meno te lo aspetti, e questo è, di per sé, un buon motivo per continuare a seguirne la carriera con attenzione.
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