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I Chomski sono un gruppo torinese formato da persone che avevano alle spalle decine di anni in formazioni diverse, e che si sono dati appuntamento per creare qualcosa che avevano in mente da tempo; il trio vede Enrico Manera alla batteria e alla voce, Luca Morena alle chitarre e Stefano Danusso al basso, anche se è una suddivisione fittizia perché di fatto sono tutti polistrumentisti. Chomski deriva dal nome del linguista Noam Chomsky, la “i” finale è messa per dare quel senso di italianità e soprattutto di particolarità che sicuramente si evince dall’ascolto del disco. Sette tracce, trentasette minuti di musica riflessiva cupa e una serie di interventi da parte di gente come Tommaso Cerasuolo (Perturbazione) e Paolo Manera (Bandamanera), ma il risultato è complesso; difficile dire da che parte stiano i Chomski musicalmente parlando, tre brani strumentali su sette sembrano un po’ troppi, pur suonati e arrangiati con un certo gusto e un certo sound che ritorna incessante durante tutto il disco. Andando con ordine c’è da dire che il brano d’apertura “Sei Ancora Lì” fa certamente il suo effetto, una ballata elettroacustica in tre quarti fatta di chitarre arpeggiate dal suono pulito, una costruzione armonica straziante che si fa impreziosire dal violoncello di Elena Diana (Perturbazione) e un testo malinconico e amaro cantato con la voce bassa dal batterista Enrico Manera: una canzone che non si fa apprezzare da subito ma pian piano prende l’anima. Il secondo brano è lo strumentale “Affondare”, un sound che come detto prima ritorna già come “marchio di fabbrica”, questa volta in modo più deciso per un brano decisamente più rock ma comunque pulito nel suono, reso particolare da una linea di batteria nervosa e da una bella armonica a ricamare sulle chitarre. Con “Com’è (Solo)” torna di nuovo il cantato, parole e voce di Paolo Manera, un’amara riflessione calata in un pezzo rabbioso e nervoso che trova però la propria calma nell’apertura armonica del violoncello, una distensione che fa urto con le chitarre e il delirio sonoro da post rock che si sente a metà brano; un pezzo dalle due anime che non rappresenta esattamente l’immediatezza melodica ma richiede più ascolti per essere metabolizzato, rivelando poi un certo fascino. Di nuovo lo strumentale. “Manco Io” ha punti di contatto con un certo space rock e qualcosa dei Radiohead di “Ok Computer”, un’atmosfera resa per così dire “lunare” grazie al suono delle chitarre, mentre con “Pietra” si arriva all’unico punto nel disco dove c’è un’immediatezza melodica che non risulta però banale. L’arrangiamento è sempre fatto di chitarre, arpeggiate e ritmiche, non distorte, e un piano rhodes la cui scelta si rivela molto felice. Un brano sempre autunnale nella strofa, dimesso e amaro, che però si apre nel ritornello arioso fino a entrare nella testa praticamente da subito (i Chomski lo definiscono un ritornello assassino). Il terzo e ultimo strumentale è “Il Prestigiatore”, un’atmosfera affine a “Manco Io”, arrangiamenti essenziali e arpeggi incessanti di chitarre per un brano che gioca molto sulla dinamica e sul crescendo finale ma che forse dura un po’ troppo (o forse stanca dopo averne già sentiti due precedentemente). Il disco si chiude con “Se Cade Il Cielo”, improvvisazione pura come si farebbe tra amici con una chitarra davanti ad un microfono, voce di Gigi Bonizio e momento acustico finale che chiude un disco che lascia quindi un po’ perplessi. Forse è la loro scelta questa, ma il disco è praticamente strumentale per metà e questo alla lunga potrebbe stancare, visto che anche i brani cantati non hanno certo un impatto immediato e richiedono più ascolti per essere apprezzati del tutto. Un debutto dove si sentono cose molto buone e altre meno buone, a patto però di spendervi il giusto tempo di ascolto.
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