|
Arriva dall'Australia la (presunta e annunciata) «next big thing» del rock d'autore. Alex Lloyd, ex Mother Hubbard, ventiseienne ombroso giovanotto di discreto aspetto e di belle speranze, ha debuttato nel 1999 con "Black The Sun", disco non molto fortunato al di fuori dei – pur ampi – confini di Downunder. Alex, con questo secondo lavoro, si propone con un rockettino semplice semplice – in realtà molto più pop che rock – ricco di gradevoli canzoncine e di – già sentite – melodie, ben confezionate, discretamente cantate, suonate e arrangiate. Trainato dal singolo Green, il disco ha venduto e vende bene, perché si fa ascoltare senza particolari sforzi da chi non ha grandi pretese ma ascolta musica con disimpegno, magari prevalentemente dalla radio, magari in sottofondo, alzando un po’ il volume quando c'è una canzone nota. (Utente medio, non molto appassionato, né esigente, né competente). Al disco, registrato a Londra, collaborano turnisti di primo piano (Guy Pratt, collaboratore dei Pink Floyd, BJ Cole, star del pedal steel). Oltre alla già citata Green, orecchiabile e persistente (nel resto che resta in testa), segnaliamo Lost in the rain, di chiara ispirazione Beatles, Trigger, col giro di basso in evidenza, Bus ride, ballatona tristanzuola alquanto. Buonista, rassicurante, non indispensabile.
|