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Da bowiano di vecchia data, quando – con imperdonabile ritardo - ascoltai per la prima volta i Neu!, e poi i Cluster e gli Harmonia, ci mancò poco che mi prendesse un colpo. Non è che Bowie, Eno e i loro collaboratori non avessero inventato nulla nella loro maiuscola “trilogia berlinese” (“Low”, “Heroes” e “Lodger”) di fine ’70; il fatto è che avevano inventato assai meno di quanto apparve, all’epoca, a quanti come me non erano ancora edotti riguardo ai tanti meravigliosi long-playing realizzati dai succitati gruppi-chiave del cosiddetto “kraut-rock”. L’ascolto più sconvolgente, tra tutti, è quello degli Harmonia, trio composto dai polistrumentisti (ma soprattutto tastieristi) Hans Joachim Moebius e Dieter Roedelius, membri del progetto Cluster, e dal chitarrista Michael Rother proveniente dai Neu!, una sorta di Adrian Belew ante-litteram. Un primo album, “Musik Von Harmonia” (del ’74), introduceva gli schemi algidi e sintetizzati tipici della band, risentendo ancora, tuttavia, della nefasta influenza del filone tutto germanico del cosiddetto “cosmic rock” alla Tangerine Dream, con, in particolare, un mattone di dieci minuti e passa intitolato (ironicamente, si suppone, ma poco conta) “Sehr Cosmisch”. Molto meglio “Zuckerzeit” dei Cluster, ovvero Moebius e Roedelius senza il buon Rother, altra ristampa di questi giorni fortemente consigliata. Il compimento delle intuizioni originarie del terzetto fu rappresentato però da questo “Deluxe”, secondo – e praticamente ultimo – episodio degli Harmonia, a cui la definizione “capolavoro”, per una volta, si attaglia alla perfezione. Disco interamente strumentale, in “Deluxe” i sintetizzatori sono impiegati, diversamente dalla versione Kraftwerk, in modalità più grezza e umanizzata. Vi trovano spazio sapienti iniezioni elettriche (courtesy of Michael Rother) e la ritmica della drum machine (e talvolta del batterista “ospite” Mani Neumeier) è geometrica e insistita. Il tutto è pervaso da un feeling malinconico, ad esprimere l’idea di un futuro - o di un presente - fatto di macerie e desolazione, in cui una guerra devastante è finita da meno di trent’anni e l’Uomo è lasciato a riflettere su sé stesso. C’è spazio, nel mondo degli Harmonia, per giri di pista “rauf und runter” ad esaltarsi nella velocità della Formula Uno (“Monza”): è una sensazione di euforia, tuttavia, transitoria, perché se in “Deluxe” c’è una costante, questa consiste piuttosto in un’alienazione senza via d’uscita, ad un passo dalla paranoia nei confronti delle sentinelle che ti spiano aldilà del muro, che Bowie esprimerà brillantemente tre anni dopo. Forse anche voi sarete assaliti da un “senso di dubbio” nell’ascolto di quel mix synth/basso che dà il via all’iniziale “Deluxe (Immer Wieder”) e che – forse, senza saperlo o volerlo - all’epoca inaugurò una nuova era. In quel pezzo, infatti, c’è molto di quello che poi diventò “Low”, e tanto anche che fu ripreso dai gruppi britannici di techno-pop dei primi anni ’80. Impossibile, poi, non notare che “Notre Dame” inizia come un brano di Orchestral Manouvres In The Dark e diventa improvvisamente un qualcosa sul tipo di “Warsawa” del Duca Bianco. Ma il brano migliore, per una volta, è una suite di dieci minuti e passa, e per una volta non è un mattone, bensì la magistrale “Walky Talky”, in cui ogni singolo strumento, ogni singolo movimento, è realmente ESSENZIALE, e che rende l’idea di come, con “Deluxe”, si fosse alfine compiuta la lunga elaborazione, partita con i Kluster e i Kraftwerk, e passata per Neu! e Cluster, di un filone di rock moderno, bianco che più bianco non si può e (quasi) sganciato dai poderosi influssi anglosassoni. Pochi presero atto del miracolo che si era compiuto nell’amena fattoria campagnola di Forst, nei pressi di Amburgo, dove gli Harmonia vivevano, creavano e incidevano. Tra questi ci furono Brian Eno e David Bowie, che due anni dopo diffusero al mondo intero la “novella”; resero più attraente l’austero messaggio originario, girando al largo da certe rigidità tutte germaniche, e vi aggiunsero le loro indubbie capacità compositive superiori, dando vita a trame spettacolari come – tra le tante - “Always Crashing In The Same Car”. Nel contempo, diedero vita ad una peculiare poetica berlinese, cose che ancor oggi, a muro crollato, fanno venire i brividi. Epperò la via era stata già tracciata da tre hippies da comune che rispondevano ai nomi di Roedelius, Moebius e Rother. Non proprio le tipiche rockstar, ma musicisti straordinari, visionari, precorritori dei tempi. Assolutamente da riscoprire. Oggi. Subito.
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