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Marlene Kuntz
Bianco sporco
2005
Virgin/Emi
di Hamilton Santià
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Con “Bianco Sporco” possiamo ritenere concluso il tragitto che i Marlene Kuntz hanno intrapreso nell’anno 2000, all’uscita di “Che cosa vedi”, disco attraverso il quale Cristiano Godano e soci hanno deciso di diventare qualcosa di più che i semplici epigoni italiani dei Sonic Youth. Per alcuni si tratta di un addio alle armi che può significare la fine di un amore, per altri si tratta di un percorso artistico che denota una maturità in continua crescita. E per certi versi è così. L’uscita di scena di Riccardo Tesio non si nota (sarà che il sostituto è un certo Gianni Maroccolo) né sconvolge i meccanismi compositivi della band, che concepisce un lavoro pieno di lirismo e con una musica che non assalta più chi ascolta, ma crea un intricato tappato sonoro che mette i Marlene Kuntz nella condizione di poter diventare una specie di “Bad Seeds con le chitarre”. Le affinità con Nick Cave si nota nello stile di scrittura di Cristiano Godano, che, abbandonando lo stucchevole simbolismo anni ’90 con il quale ha ammorbato anche il più straight-edge degli ammiratori, si posizione in una fresca nicchia di lirismo maledetto in cui il re inchiostro si muove con disinvoltura assieme a Leonard Cohen. In definitiva quindi, possiamo considerare “Bianco Sporco” come il disco più maturo dei Marlene Kuntz, con testi meno espliciti – non che prima fosse semplice comprenderli – e musiche meno immediate, certamente non un lavoro facile e fruibile, ma con diverse chiavi di lettura che dimostrano una classe e un fascino che non accenna a morire. Fortunatamente, i dubbi nati con l’orrendo ep “Fingendo la poesia”, sono stati smentiti nel migliore dei modi.
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06/04/2005 -
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