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Per fare rock bisogna sporcarsi le mani, bisogna sudare e sprizzare adrenalina. Bisogna avere qualcosa da dire, da urlare. I Feeder di cose da dire ne hanno, ma lo hanno fatto ripiegando su una dimensione più intima ed emozionale, non sporcandosi le mani e registrando un disco dalle tonalità quasi perfette, equilibrate, in una parola, soft. Probabilmente questo è dovuto alla scomparsa nel 2002 del batterista Jon Lee, fondatore assieme al chitarrista Grant Nicholas del gruppo e morto suicida a 33 anni, e in effetti anche il precedente disco “Comfort In Sound”, il primo senza Jon Lee e con l’ex Skun Anansie Mark Richardson, era un disco in un certo senso dedicato. In “Pushing The Senses” si possono rinvenire tracce della tragedia in diversi episodi, già a partire dalle prime tre canzoni; nel disco i temi affrontati sono rabbia, amarezza, solitudine, abbandono, e questo dà al disco un’impronta malinconica e dolceamara, perfettamente resa da una musica spesso blanda, disperata, a volte rabbiosa ma sempre curata e arrangiata da una produzione pressoché perfetta che a volte però ricorda il sound americano. Questo potrebbe essere un punto a sfavore per i fans della vecchia guardia, perché il gruppo si è gradualmente allontanato da un rock più duro e cattivo per approdare ad una dimensione più ragionata e facilmente inquadrabile in un filone radiofonico che va dai Coldplay fino agli ultimi deludenti U2; un disco quindi di ballate soft rock dolci e tristi, disperate e amare, che al primo ascolto dà la sensazione di già sentito, e in effetti è così. Nonostante questo è un lavoro dignitoso, i Feeder (o meglio Grant Nicholas) scrivono canzoni dalle melodie sempre bene in vista, e poco importa se non sono troppo originali o innovative, emozionano e parlano al cuore, alla coscienza infelice, e questo basta. La canzone che apre il disco “Feeling A Moment” ha un inizio poderoso e poi cala di tono per poi esplodere di nuovo in un ritornello in falsetto, mentre il singolo “Bitter Glass” è un lamento disperato, l’amaro calice che spesso si è costretti dalla vita a bere, una graduale tensione che resta contratta fino al ritornello e poi ritorna a soffocarsi nell’anima. “Tumble & Fall” è molto melodica, un’atmosfera soffice e blanda che non riesce mai ad uscire fuori con impeto, così come “Tender”, che nella melodia e nel sound è molto Coldplay (escludendo il ritornello che è abbastanza “americano”). La traccia che dà il nome al disco richiama le sfuriate degli esordi, veloce, rock, nervosa ma mai grezza nel suono, mentre si va di nuovo nel territori di Chris Martin e del britpop con i tre minuti di “Frequency”. La tristezza e la pacata disperazione di “Morning Life” fanno da premessa alla rabbia elettrica e all’esplosione di “Pilgrim Soul”, e la successiva “Pain On Pain” non si discosta molto dalla dimensione sonora e dall’atmosfera radiofonica dei pezzi più brit, se non per il fatto che è in 3/4 e che è impreziosita da violini e archi. Chiude il disco l’acustica “Dove Grey Sands”, una canzone che bene esprime la sensazione che si ha sentendo il disco per la prima volta; musica che va dritto al cuore (anche delle radio), eccitando sensazioni anche contrapposte come rabbia e dolcezza, disperazione e malinconia. Ultima nota: il disco è disponibile anche in versione doppia, con un dvd contenente un documentario e i video di diverse canzoni sopra citate.
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