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Salutato non a torto come evento musicale dell’anno, “Play Miles Davis” giunge a coronamento di una carriera più che decennale, costellata di meritati successi e riconoscimenti internazionali, testimonianza di un impegno assiduo e di una altrettanto tenace volontà di ricerca, che lo hanno visto partecipe di numerosi progetti al fianco di celebrità internazionali e di valenti musicisti nostrani. Il disco in questione è davvero una delle pagine più belle scritte dal jazzista triestino, torinese d’adozione. Non soltanto per via della collaborazione con Paolo Fresu, musicista sardo e trombettista dalle sonorità raffinate, il cui curriculum musicale è davvero impressionante per vastità e rilevanza d’impegni, ma anche per via di una serie di circostanze eccezionali, fra cui la partecipazione nel luglio del 2001 al festival canadese di Montreal, uno dei più importanti del mondo. Il CD è edito dalla “Label Bleu”, prestigiosa etichetta francese che vanta nel proprio catalogo alcuni fra i musicisti jazz più stimati ed innovativi del momento. Nell’organico (il “Rava-Fresu Quintet”), spiccano tra l’altro al contrabbasso Enzo Pietropaoli ed alla batteria il collaudato Roberto Gatto, ma soprattutto mi preme sottolineare la presenza di Stefano Bollani al piano, stella nascente del firmamento jazz italiano, richiestissimo tra l’altro a livello internazionale (Lee Konitz, Pat Metheny e Joe Lavano, per citarne soltanto alcuni). Per chi legittimamente non conosca Stefano Bollani, dirò brevemente che è, fra le tante cose, collaboratore estemporaneo di artisti pop-rock quali Irene Grandi, Raf, Jovanotti, ecc. Nel CD, il suo stile brioso ravviva incessantemente le inflessioni malinconiche e riflessive delle trombe di Rava e Fresu, tutte protese a reinterpretare la musica del “divino” Miles, mentre le sue dita intessono qua e là trame di cristallina e melodica purezza, sull’orma del miglior Chick Corea, raggiungendo nondimeno momenti di fluidità e scioltezza simili, per certi aspetti, alle evoluzioni tecnicamente ineccepibili ed astratte del pianoforte di McCoy Tyner. Su questa formidabile ed affiatata sezione ritmica, Rava e Fresu dialogano in modo intelligente ed appassionato, da maestri navigati quali sono, ed il fraseggio si concretizza in una fantastica quanto originalissima rilettura tutta italiana della musica milesiana. Lo scopo del progetto consiste appunto nel rendere omaggio a questo grande musicista, cui entrambi sono debitori sia dal punto di vista della formazione jazzistica che dell’ispirazione poetica. In quanto allo stile, inoltre, i due trombettisti hanno in comune anche un altro importante punto di riferimento: Chet Baker, indiscusso e “tormentato” genio della tromba, dalla cui lezione Rava attinge, nell’approccio allo strumento, una particolare propensione per “il registro medio” piuttosto che per gli acuti, nonchè un’elevata tensione verso la “purezza espressiva” che nel corso degli anni ne caratterizzeranno via via il personalissimo linguaggio, lirico e dirompente ad un tempo, mentre Fresu si destreggia in una sottile quanto voluta ambiguità fra i due “maestri”, non priva di fascino e tensione, che gli varranno l’appellativo di “électricien de la trompette”. Rava emerge tuttavia per maturità espressiva, se si tien conto della lunga gavetta all’interno di formazioni jazzistiche di fama internazionale nonchè della sua collaborazione con musicisti del calibro di Joe Henderson, Cecil Taylor, Paul Motian, Archie Shepp, Carla Bley, Gato Barbieri ed altri non meno importanti, mentre Fresu colpisce per la ricchezza dei riferimenti artistici e culturali, essendo egli musicista eclettico, impegnato in diverse discipline artistiche e progetti culturali. Ma ritornando a Rava, cui è dedicata in particolare questa recensione: bisogna altresì ricordare che la sua musica subisce, a cavallo degli anni ’60, il fascino dell’esperienza “free jazz”, maturata nell’ambito della scena musicale newyorkese, mentre dal proficuo sodalizio con Gato Barbieri nasce un esperimento compositivo ed espressivo dal respiro corposo, appassionato, lirico e melanconico ad un tempo, che riscopre non da ultimo le proprie radici “mediterranee”. Ma la ragione di un così vasto ed unanime riconoscimento internazionale è da ricercarsi anche nel coraggio e nella disinvoltura con la quale Rava riesce a coniugare esperienze musicali profondamente diverse fra loro quali il jazz e la musica classica, gettandosi in un fantasioso quanto originale accostamento di stili ed autori. Di qui riletture singolari e fascinose quali quella di Puccini, Bizet e Gershwin, testimoniate da album quali “Rava l’Opera va” o “Rava Carmen”. Ma l’apice del successo arriva con “La dolce vita”, splendida suite in chiave jazz di colonne sonore felliniane. In America è vero e proprio tripudio! E su questa fruttuosa scia si inserisce naturalmente il progetto Rava / Fresu per un omaggio al grande musicista scomparso. “Play Miles Davis” è un album raffinato ed insieme pulsante, pieno di spunti inventivi. L’affiatamento fra i musicisti è notevole. Non ci si stanca di ascoltarlo. V’è tutto Rava e, come se non bastasse, il meglio del jazz emergente italiano. Impossibile rinunciarvi, posto che il CD sia “disponibile” nei negozi di dischi, essendo stato pubblicato dalla Label Blue soltanto in tempi molto recenti. In ogni caso, ricostruire la complessa mappa creativa che sta alla radice di un simile progetto non è cosa da poco e se proprio non si può farne a meno, consiglio una visita ai siti www.enricorava.com, www.thanitart.com/paolofresu, www.stefanobollani.com, www.label-bleu.com per eventuali “approfondimenti” sugli autori e le rispettive discografie: buona fortuna!
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