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Secondo pezzo pregiato finalmente ristampato, “Stage” è uno dei live della storia del rock che più hanno fatto epoca. Si tratta, come è stato autorevolmente scritto, di “un ricordo gelidamente perfetto del tour 1978” (Pegg), registrato durante le tappe Usa e uscito dopo quelle europee, prima di affrontare Asia e Oceania, mentre il Duca se ne stava a Montreux a registrare quello che sarebbe divenuto “Lodger”. “Stage” e il suo tour, ideali complementi di “Low” e “Heroes”, furono i responsabili diretti della propagazione del verbo elettronico e della nascita per emulazione dell’electro anni 80, cambiando così la direzione del rock. Gary Numan e i Joy Division non sarebbero mai esistiti senza questo disco, questo tour e, soprattutto, la sua scenografia fredda e industriale. Anche qui, come in “David Live”, fratellino di ristampa, due preziosi inediti live: “Be my wyfe” e “Stay”. La perfezione del suono fu tale che nel 78 si pensò a un finto live, visto che erano stato levato il rumore del pubblico da sopra i brani per lasciare solo gli applausi tra un pezzo e l’altro: ad esso si ispirarono i Duran Duran per “Arena”, finendo accusati dello stesso inesistente peccato. Il repertorio sguazza in quanto di più angoscioso il ragazzo di Brixton avesse scritto fino ad allora in tema di futuro: e così si spiega la presenza, accanto agli ovvi e numerosi estratti dai primi due album della cosiddetta “trilogia berlinese”, di “Fame”, da “Young Americans”, di ben cinque brani da “Ziggy Stardust” (tra cui una “Five years” molto migliore alla versione dell’album) e di una cover di Kurt Weill e Bertolt Brecht, quell’“Alabama song” che viene dritta dritta dall’”Ascesa e caduta della città di Mahogany” del 1930 e fu un tale successo nel tour che Bowie ne incise una versione in studio il giorno dopo il termine del tour europeo, il 2 luglio 1978 a Londra. Sarebbe uscita come singolo solo nel 1980. Altra chicca di “Stage” è la presenza alla chitarra di Adrian Belew, strappato a Frank Zappa con tanto di diverbio in un ristorante di Berlino (col baffuto che chiamava sprezzantemente Bowie “Major Tom”), poi passato a Talking Heads e King Crimson. Perfetto condensato di angoscia berlinese e metropolitana di fine secolo per l’incipiente arrivo dell’era tecnologica in cui ora viviamo, sentita come dittatura mascherata (quale profezia!), “Stage”, nella sua elegante confezione deluxe, è una pietra angolare di quella che si chiama musica moderna.
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