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Benché il nome di Bob Geldof – a causa del “Live Aid” – faccia capolino ormai anche dai libri di storia, la band da lui fronteggiata nella decade 1976-1986, i Boomtown Rats, è una di quelle che solitamente vengono definite “minori”. Eppure, per un breve periodo, i Rats furono popolarissimi, nel Regno Unito e non solo, grazie ad una serie di azzeccati hit-singles che culminarono con il classico “I Don’t Like Mondays” e, soprattutto, a motivo della dirompente personalità del futuro “Sir” Geldof, uno di fronte a cui non si poteva restare indifferenti. Le magagne dei Boomtown Rats furono soprattutto che, a partire dal secondo album “A Tonic For The Troops”, una spasmodica ricerca del successo a tutti i costi li portò a saltellare qua e là tra il power-pop, lo ska, la ballad spingsteeniana e la new wave costelliana, senza soluzione di continuità ma, anche, senza mai trovare una propria peculiare voce. Oggi che i sei album prodotti dai Rats nel corso della loro carriera sono stati resi nuovamente disponibili in versione rimasterizzata e con bonus tracks, si consiglia di evitare gli ultimi tre, di provare eventualmente (con cautela) “A Tonic For The Troops” (1978) e “The Fine Art Of Surfacing” (1979), e di puntare dritti al disco d’esordio, “The Boomtown Rats” del ’77, il più punkeggiante – con tracce di rock’n’roll a’ la Springsteen e pub-rock alla Graham Parker & The Humour – e, soprattutto, il più compatto da un punto di vista stilistico. Nei fatti, “The Boomtown Rats” è disco fondamentale per farsi un quadro completo del panorama della scena britannica del 1977, ed è solo un gradino al di sotto di altri epici esordi di quel memorabile anno (Clash, Sex Pistols, Costello, Stranglers). Se i Rats furono inizialmente (erroneamente) inseriti nel calderone punk, ciò fu dovuto essenzialmente al loro primo singolo “Lookin’ After Number One”, che apre il disco, una rabbiosa celebrazione dell’individualismo finalizzato al successo personale – e che però strideva con l’universo anarchico dei “lazy sods” teorizzato dai McLaren e dagli Strummer – che proiettò Geldof e i suoi sulle copertine dei settimanali musicali nello spazio di una settimana: un classico del primo punk rock targato UK, stranamente dimenticato quando si tratta di allestire le compilation celebrative e le classifiche rituali. Che i Rats fossero altra cosa rispetto ai contemporanei con le spille da balia, risultò però evidente – oltre che dalla presenza delle “anomale” tastiere suonate da Johnny Fingers – dal secondo singolo “Mary Of The 4th Form”, ispirato fin dalle lascive liriche al più classico rock-blues, anche se con le chitarre in particolare evidenza. E, dato che il punk rifà la sua apparizione solo nella conclusiva “Kicks”, l’album nel suo complesso è da considerare un prodotto di quella che fu poi definita “new wave”, da accostare alla produzione del primo Elvis Costello e di Graham Parker & The Rumour. Esemplificativa “(She’s Gonna) Do You In”, puro, gioioso e vigoroso pub-rock con venature sixties che non sfigurerebbe su “Nuggets”. Altrove – su “Joey’s On The Streets Again” e “I Can Make It If You Can”– appaiono tracce della passione di Geldof e dei Rats per Bruce Springsteen & The E-Street Band, i cui racconti di strada sono reinterpretati in ambientazione dublinese; e in “Neon Heart” compare anche l’influenza del punk-rock newyorkese del CBGB’s e del Max’s Kansas City. In generale, però, “The Boomtown Rats” è tenuto ottimamente insieme dalle brillanti liriche dello scatenato Geldof, dagli esercizi pianistici di Fingers e da una buona dimestichezza dei Rats con i propri strumenti, che sapevano suonare assai meglio dei loro contemporanei (Stranglers esclusi. Forse). Purtroppo, dopo questo promettente esordio, il quintetto irlandese non trovò mai una propria direzione, abbandonando completamente il timbro dominante r’n’b degli inizi – illustrato ottimamente dalle bonus tracks risalenti al 1975 contenute in questa edizione – e si limitò a scimmiottare più o meno bene le mode dominanti, colpendo il bersaglio solo sporadicamente con alcuni singoli tuttora validi (“Rat Trap” e “I Don’t Like Mondays” su tutti). Purtroppo, anche, nel 1985 Bob Geldof decise di porre fine alle pene di un’agonizzante scena rock, organizzando l’evento meno rock che si potesse concepire, la super-extravaganza “Live Aid”. Ma quella è già un’altra storia…
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