|
Michael Bloomfield è stato un grande chitarrista blues. Americano, non ha mai tradito il suo amore per questa musica, ha sempre lavorato sodo e con passione, secondo una logica del cuore piuttosto che quella del marketing, ed era un persona schiva e fragile. Morì di overdose nel 1981, a soli 38 anni, dopo aver vissuto gli ultimi anni secondo il principio della non visibilità ai media, a causa dei suoi problemi con la droga. Ha lasciato una serie di dischi molto importanti, dalle sessions con Al Kooper ai solisti, passando per i live. Questo disco non è inedito,ma raccoglie due album interi registrati da Michael Bloomfield negli anni settanta, il primo (1976) che dà il nome a questo disco, e il secondo in coppia con Woody Harris (1979). Bloomfield era un ottimo chitarrista blues, sia elettrico che acustico, era un purista e aveva uno stile molto fluido e caratteristico: ben presto diventò una icona bianca del blues americano e in questo disco si sente: sembra un lavoro propedeutico per chi vuole avvicinarsi al genere, e in effetti l’intento del primo disco era proprio questo. Spinto da un’idea della rivista Guitar Player, che voleva promuovere una sorta di almanacco del blues, la prima parte di questo “doppio” album è da considerarsi una vera e propria miniera della cultura nera. Bloomfield infatti, accompagnato da una serie di musicisti di alto livello (Ira Kamin , Doug Kilmer e Tom Donlinger ad esempio) suona tutta una serie di standard blues passando con disinvoltura da uno stile all’altro e da un autore ad un altro; tra i vari pezzi scorrono degli interventi del chitarrista che spiega tecniche e stili che va interpretando, in una sorta di vera e propria introduzione propedeutica al materiale che viene suonato. Ecco quindi che vengono proposti brani in duetto piano e chitarra alla maniera di Leroy Carr (“Death Cell Rounder Blues”), ragtime blues con la tecnica del finger picking (“KansasCity Blues”), brani come “City Girl” che sono un vero e proprio omaggio a T-Bone Walzer, con quello stile jazzato e quella sezione di fiati, o ancora il Chicago style blues o il country blues (dove il nostro se la cava alla grande). Ci sono diversi brani strumentali, ed una giusta ripartizione tra momenti acustici e momenti elettrici. Una bella lezione di stile che si chiude con un brano importante, “The Altar Song”, in cui Bloomfield ringrazia uno ad uno tutti i maestri del blues che lo hanno ispirato. E ci sono tutti, da B.B. King a Freddie King, da Clapton a Ry Cooder fino a Charlie Musselwhite e Ray Charles. Una cosa da notare: se si chiudono gli occhi in molti momenti sembra di ascoltare cantare un nero invece che un bianco, e questa è l’ennesima testimonianza del fatto che Bloomfield il blues lo sentiva venire da dentro, dalla vita che da sempre si portava dietro. La seconda parte del disco perde la band precedentemente menzionata per fare posto solo alle chitarre di Michael Bloomfield e Woody Harris, e riguarda una registrazione di fine anni settanta con nove brani strumentali tratti dal repertorio tradizionale americano, quel terreno a metà strada tra gospel e country che rappresenta la storia di un paese. Brani di chiesa come “I Must See Jesus”, “Farther Along” (interpretata anche da Elvis) e “Peace In The Valley” rivisti con il senso profondo dell’essenzialità, atmosfere rurali e sacre che profumano di antico, di storia. Tutto suonato esclusivamente con due chitarre, niente voci o aggiunte di altri strumenti. Un disco pieno di spunti e di materiale, da cui emerge un ritratto ben preciso: quello di una tradizione, il blues, e quello di un uomo che, come altri, ha dedicato la sua vita al blues.
|