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Se, putacaso, nel 1975 qualcuno vi avesse detto che nel 2005 un disco pop sarebbe stato – dal punto di vista fisico e da quello sonoro – come questo secondo del duo britannico composto da Fred Deakin e Nick Franglen, aka Lemon Jelly – bè…ci avreste creduto, ammesso ovviamente che voi nel ’75 foste già nati e/o senzienti. Benchè l’album si intitoli “’64-‘95”, infatti, il suo titolo più adeguato avrebbe dovuto essere proprio “2005”, a motivo del suo sound che è quanto di più attuale e – ehm…– “futuristico” si possa ascoltare oggi – e in questo giudizio non incide, almeno non più di tanto, la presenza vocale di William Shatner aka Captain Kirk della serie Star Trek nel brano di chiusura “64 aka Go”. ------------ Codesto risultato, di per sé degno di nota, è ottenuto nel bene e nel male. Nel male, perché i “loops” elettronici propostici da Deakin-Franglen sono asettici, spesso ripetitivi, talvolta monotoni. Nel bene, in quanto le escursioni sintetiche di “’64-‘95” catturano perfettamente certe paranoie esistenziali dell’essere umano contemporaneo – sentire per credere “’68 aka Only Time” – come forse solo i Daft Punk, quelli di “Homework”, avevano saputo fare prima d’ora. --------------------- L’idea fondante dell’album (e del titolo) è che ogni pezzo è basato su sample di un determinato anno tra il 1964 e il 1995; esercizio di stile che a prima vista appare stimolante, ma che in definitiva non porta granchè lontano, in quanto, vuoi che il campione provenga dai Sixties piuttosto che dagli Eighties, i Lemon Jelly suonano sempre come i Lemon Jelly, con l’unica differenza – peraltro non da poco – che “’64-‘95” ha un ritmo molto più vicino al cosiddetto “big beat” di quanto non lo fosse il precedente, più elegante “Lost Horizon”, che per certi versi era quasi un “chill-out” album mentre qui talvolta ci si scatena, spesso si balla e, se non si balla, almeno si scuote la testa. Peccato unicamente che i pezzi da novanta siano solo tre: l’impetuosa, trascinante “’79 aka The Shouty Track” basata su un sample dei new-wavers scozzesi The Scars, un brano che oltre a piacere ai fighetti modaioli che sono il target predestinato dai Lemon Jelly, riesce a soddisfare anche il rocker selvaggio che è dentro di noi: due piccioni in un colpo solo, il che non è davvero poco. Magnifiche anche “75 aka Stay With You”, che ricorda da vicino i migliori Air (e avete mica visto il videoclip?!); e la già citata “68 aka Only Time”, robotica e metronomica che manco i Kraftwerk, ma con in più quella cifra bucolica da mattinata passata al lago che rappresenta una caratteristica dei Lemon Jelly fin dagli esordi, e che permane in molti episodi di “’64-‘95”. Tra i cui solchi spesso si affaccia una certa indolenza che si traduce in una inusitata carenza di idee, a dispetto della vastità di frammenti sonori rubacchiati qua e là e astutamente intrecciati. Cadute di tono e tracce di monotonia che, per voler andare sul profondo, in fondo ricalcano la vita stessa. Sarebbe bello, invece, se il mondo reale fosse almeno in parte simile a quello ipotizzato da Deakin e Franglen – che in una vita precedente facevano i grafici e i creativi – nell’artwork dei loro album: una beata esplosione di vividi colori e forme da cartoon, un reale godimento per gli occhi. Il che ci fa concludere che, se l’”oggetto” propostoci dai Lemon Jelly – da tenere in bella vista sul comò, da sfoggiare con gli amici – è da cinque stelle, la musica ivi contenuta è “solo” da tre. E questo, a giudicare dai dischi pubblicati in questi primi tre mesi dell’anno, è un altro elemento che sa decisamente di 2005.
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