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A vederlo sembra Bob Dylan, sempre con quella chitarra acustica e l’armonica appresso, e a sentirlo pure sembra di avere davanti un poeta delle generazioni passate, che canta storie e pone domande, fa riflettere e immergere in atmosfere lontane e crepuscolari, nel segno di Tenco, De Andrè, Battisti. Questo è il mondo di Roberto Kunstler, conosciuto maggiormente per essere il paroliere del più famoso amico Sergio Cammariere (anche se in realtà ha collaborato anche con artisti come Paola Turci e Alex Britti) che per la sua caratura artistica. È un destino strano il suo: il primo lavoro esce nel lontano 1985, passa per Sanremo nella categoria giovani senza lasciare traccia e da quel momento è l’oblio dei media che non se ne occupano più, anche se Kunstler continua a pubblicare una manciata di dischi che contaminano la ballata d’autore con il jazz, la bossanova, il blues. Nel frattempo si laurea in Storia delle religioni del Vicino Oriente Antico, e continua a infarcire i suoi testi di poesia, citazioni, domande esistenziali sulla vita, l’amore, Dio; questo disco, intitolato semplicemente “Kunstler”, è la quintessenza del pensiero artistico, filosofico e musicale del cantautore, e offre dodici frammenti di umanità, dodici spunti di riflessione avvolti in atmosfere musicali che vanno dal jazz al blues, dalla ballata cantautoriale allo swing, dalle atmosfere dei frenetici mercati orientali al country. Gli arrangiamenti sono molto curati, i testi finalmente ragionati e costruiti spesso per metafore e figure retoriche che però non danno mai vita ad un risultato ardito e complicato; spesso ricorre la parola Dio nei testi, ed è chiara l’attenzione di Kunstler di far riflettere su tematiche cui spesso non diamo molta attenzione: l’amore, il rapporto con la religione, l’atrofia della nostra umanità che cresce sempre di più a causa di una società del consumo (“in questo mondo dove ognuno pensa a guadagnare e non c’è posto per l’amore la scienza ha fatto molto fino a cancellare un Dio dal nostro cuore”, da “Resistere”). Alle dolci e sospese ballate di “Io farei qualsiasi cosa” fanno da contrappunto i movimentati e caotici ritmi orientaleggianti di “In viaggio”, che evocano lontani scenari di parole e suoni, di viandanti che non hanno un punto fisso o delle certezze (il pezzo è impreziosito dal un bel flauto e da un violoncello che dialogano tra di loro); alle crepuscolari e delicate “Allora capirai” e “Gente comune” (con un testo bellissimo in forma di storia metaforica) rispondono la bossanova di “In principio” e la cupa “Resistere”, con una chitarra slide che ricama fraseggi durante tutto il pezzo. “Più le cose cambiano” è un blues in forma di canzone come lo scriverebbe Britti, e ha un testo che è praticamente la biografia del cantautore, mentre “Verrà la libertà” è un simpatica country style song. Un cenno a parte merita invece “Torri di guardia”, che è un omaggio al maestro Dylan: la canzone cita già nel nome una nota canzone del maestro (anzi a dire il vero è proprio la traduzione), così come alcune strofe disseminate nel testo ne sono l’esatta traduzione. Il modo di cantare è quello strascicato e quasi parlato, e anche la struttura armonica è praticamente la stessa, con una diversa configurazione ritmica e un arrangiamento che dà una propria individualità alla canzone, così da risultare un pezzo autonomo che però rivela delle interessanti citazioni. Uno spunto di alto livello per un disco che dovrebbe avere maggiore visibilità nelle vetrine anche per il prezzo decisamente economico visti i tempi in cui siamo costretti a spendere. Roberto Kunstler non ha niente da invidiare a nessuno, le case discografiche dovrebbero pianificare daccapo le proprie strategie.
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