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Era uno dei dischi più attesi del 2005, assieme alle prossime uscite dei Coldplay e degli Oasis (Giugno e Maggio di quest’anno), ed è arrivato lasciando tutti interdetti: dimenticate gli Stereophonics del precedente “You Gotta Come There To Come Back” perché qui c’è rock nudo e crudo, di quello che si suona nei pub, forse un po’ rozzo ma di sicuro fedele al sound del disco di esordio “Word Gets Around”, vecchio ormai di otto anni. Più che premere sul pedale della melodia e della canzone riccamente arrangiata (alla Burt Bacharach per intenderci) sembra che Kelly Jones abbia premuto sul pedale di distorsione della chitarra, scrivendo una manciata di canzoni volutamente grezze, a volte rumorose, altre volte di impatto, ma sempre in rotta con il precedente disco pieno di umori anni sessanta e settanta, Paul Weller docet; e questo renderà perplessi alcuni fan dell’ultima ora, così come farà felici quelli che hanno amato gli Stereophonics dei primi due dischi, adrenalinici, rumorosi e con un sound a volte grezzo. Un’inversione di rotta quindi (che non necessariamente è un’involuzione), che comunque conferma un dato importante: la voce di Kelly Jones sta che è una bellezza, ruvida, graffiante, sempre all’altezza della situazione, cosa che non si può dire invece del disco nel complesso. Intendiamoci: sembrano più o meno canzoni uscite dalla penna dell’ultimo Kelly Jones arrangiate però come se i due dischi che le precedevano non fossero mai usciti; via arrangiamenti orchestrali, via l’organo hammond, via il piano elettrico, quello che resta (tranne alcune eccezioni) è un sound massiccio, a volte funky, a volte elettronico, a volte anche grunge, sembrerebbe un rock solido, ma non sempre con le idee chiare, come se fosse una fase di transizione che solo il tempo darà modo di confermare o meno. Undici tracce. Il primo singolo estratto è “Dakota”; loop di sintetizzatore e batteria come un treno per una canzone che è comunque melodica, ricorda in alcuni momenti i Placebo ed è perfetta per la radio per come è arrangiata, è una delle cose più convincenti dell’intero disco; “Rewind” potrebbe invece finire nell’ultimo deludente disco degli U2, con la chitarra che inizia grezza e finisce per sembrare poi quella di The Edge, probabilmente finirà anch’essa nelle radio ma sembra un episodio abbastanza confuso e poco convincente. “Superman”, apripista del disco, è un buon pezzo, arrangiato in modo quasi minimale e cantato in falsetto doppiato, mentre “Doorman” richiama i tempi degli esordi, rumorosa, distorta e urlata; “Devil” è uno dei pezzi migliori, con un ossessivo arpeggio di piano che si fa gradualmente sopraffare dalla chitarre fino all’esplosione potente del ritornello, con un’interpretazione di K. Jones magistrale, decisa e ruvida, per un pezzo che sa dosare molto bene le atmosfere e che corre via sciolta. Ininfluenti pezzi come “Pedalpusher” o la movimentata e banale “Brother”, mentre “Girl” ha un riff di chitarra punk (oltre che la durata, due minuti) ma non è un brutto pezzo, anzi ha delle belle aperture melodiche mentre “Lolita”, con un uso moderato dell’elettronica, merita particolare attenzione, melodica e curata nell’arrangiamento, sia strumentale che vocale, è un pezzo che poteva tranquillamente stare in “You Gotta Come There To Come Back”, così come la conclusiva “Feel”, per l’atmosfere che evoca. Quindi tutto sommato un disco contraddittorio che all’ascolto lascia perplessi, si tratta di vedere adesso se sia una parentesi o un deciso ritorno al sound dei primi dischi; sicuramente meno raffinato e più sporco, grezzo, con canzoni meno pop e più dure. Per intenderci, se il terzo o il quarto disco in studio potevano essere il loro “(What’s The Story) Morning Glory?” per raffinatezza di arrangiamenti e suoni, questo “Language Sex Violence” è il loro “Definitely Maybe”. Prendere o lasciare.
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