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Sarà che i Sister Hazel (dalla Florida) avranno deciso di guadagnarsi una fetta più ampia di pubblico strizzando l’occhio al mainstream radiofonico, sarà che saranno rimasti a corto di idee, fatto sta che questo “Lift” lascia un po’ perplessi, del tipo “possono fare di meglio, sono intelligenti ma non si applicano, e via dicendo”. Eppure sono bravi, suonano bene, hanno scritto ottime canzoni di classica musica americana, alla Counting Crows per intenderci, hanno pubblicato ottimi dischi come “Somewhere More Familiar” e “Fortress”, ultimo il doppio live che mostrava quanto fossero ferrati anche on the road; cos’è che non convince in questo ultimo disco in studio? Essenzialmente il fatto che ricalcano troppo le formule usate in passato, e anzi in alcuni momenti le esasperano forzandole in direzione radiofonica; non che sia per forza un difetto, è una scelta, ma erano in grado di scrivere grandi melodie e brani di rock emozionale anche prima. Qui prevale un approccio più banale, che sa di già sentito, e che per questo ti prende subito al cuore: prendiamo ad esempio “World Inside My Head”, è perfetta per la radio, inizio di piano, ingresso di chitarre acustiche e subito una batteria che non fa male, ma questi non sono i Sister Hazel che conosciamo noi; “Surrender” apre il disco, è già più energica ed adrenalinica, con un ritornello potente e orecchiabile (forse troppo) che guarda caso arriva dopo cinquanta secondi dall’inizio della canzone: un prodotto perfetto da dare in pasto alle radio. “Lay It Down” non è da meno quanto a ovvietà: sembra che i Sister Hazel si siano avvicinati più ai radiofonici Five For Fighting che ai fieri Counting Crows, alfieri della cosiddetta “american roots music”, cioè musica che affonda le sue origini nelle radici americane. Paradossalmente i momenti migliori di “Lift” sono quelli che si discostano dalla formula che li ha fatti conoscere e riscuotere consensi: “I Will Come Through” per esempio è un ottimo funky cantato con un falsetto alla Prince, che ricorda le atmosfere da jam session dei migliori Dave Matthews Band, mentre “All About The Love” è un interessante reggae che però nel ritornello torna pop song. Due pezzi molto belli, i migliori del disco assieme a “Hold On”, una canzone che senza banalizzare e ricalcare i fasti dei dischi precedenti riesce ad essere una ottima canzone “alla Sister Hazel”. Segue l’atmosfera acustica di “In The Moment” che finalmente li riavvicina ai Crows di Adam Duritz, ma è un’illusione che dura poco perché arrivati alla traccia numero nove “Another Me” si assiste di nuovo a quei tentativi radiofonici di scrivere la canzone perfetta che risulti radiofonica senza banalizzarli smaccatamente; con “Firefly” si va un po’ meglio ma dopo un momento strumentale acustico (“Erin”) si va decisamente nel territorio dei Five For Fighting con “Green”, brano radiofonicissimo che starebbe bene nelle nuove fiction americane per adolescenti: francamente un po’ poco per un gruppo che suona decisamente bene (nei live il suono è così rock e stradaiolo) e scrive buoni pezzi senza risultare banale (almeno così era fino ad ora). Nel disco compare anche una cover dei Cars, “Just What I Need”, qui rivista in chiave più rock, ma comunque fedele all’originale, e tuttavia il giudizio li rimanda a settembre perché “Lift” è un disco spesso patinato che porta al massimo la formula collaudata nei dischi precedenti, radiofonico, che non riesce a salvarsi del tutto nonostante alcuni episodi molto convincenti, purtroppo sporadici. Se avete venti euro rivolgetevi ai dischi precedenti.
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