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Se “Breva e Tivan” era stato il disco che l’aveva fatto scoprire al mondo, “…E Sem Partii” la conferma del suo singolare talento e il “Laiv” di due anni fa la consacrazione antologica, questo nuovissimo “Akuaduulza” (come dire: “acqua dolce”) rappresenta per Davide Van De Sfroos, il cantastorie del Lago di Como che canta nel dialetto “lagheè”, una sontuosa ripartenza. Questi quattordici brani incisi dal Van durante gli scorsi ottobre e novembre 2004 – e creati, sostiene lui, “nella cantina sotto casa”- sono popolati da streghe, maghi, fantasmi, ma anche dal più comune popolo delle rive del lago, barcaioli, calzolai e prostitute comprese, e ognuno di questi personaggi concorre a dar vita all’atmosfera magica e priva di tempo di canzoni che, in massima parte, colgono perfettamente il bersaglio e il cuore dell’ascoltatore. Vale dire che su “Akuaduulza” c’è molta varietà: c’è, ad esempio, il paolocontismo di “Il Libro Del Mago”, c’è il ligabuismo di “Cara Madona” e c’è anche il blues – che ricorda, chissà, forse, il Bob Dylan di “Blonde On Blonde” – di “Il Paradiso Dello Scorpione”. Davide Van Der Sfroos, però, continua a piacere di più quando si perde nella contemplazione del suo adorato Lago di Como ed intona il suo melanconico elogio della “akuaduulza de un dulz che nissoen el voe bev” (nella title-track) o quando si lancia nelle danze popolari della divertente “El Fantasma Del Ziu Gaetann”. In breve, quando il Van si mantiene sulla retta via della tradizione delle sue affascinanti terre, cosa che, per inciso, in “Akuaduulza” accade spesso, con una sequenza di brani (cito ancora “Fendin” e “Shymmtakula”) che mi porta ad apprezzarlo quasi più del classico “...E Sem Partii”. Insomma, una eccellente ripartenza per uno dei più originali cantautori italiani di questo scorcio di decennio, fenomeno ormai non più solo locale ma di scala decisamente nazionale, se non oltre (e, in questo, il Fabrizio De Andrè di "Creuza De Ma'" docet).
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