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...And You Will Know Us By The Trail Of Dead
Worlds Apart
2005
Interscope
di Claudio Biffi
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Monumentale, se musicalmente mi si può passare questo aggettivo, nei confronti di uno dei gruppi che negli ultimi anni hanno lasciato un impronta decisa nel vasto universo dell’indie-rock di matrice americana. “Source Tags and Codes” il loro album più significativo aveva lasciato sensazioni particolari a chi l’aveva apprezzato ma in maniera altrettanto forte un certo fastidio a chi l’aveva disprezzato ritenendolo troppo “barocco” e involuto. Con l’uscita di “Worlds Apart” il terzetto di Austin (Texas) è tornato più combattivo che mai e lo dimostra sin dalla copertina del Cd dove troneggia una battaglia campale in perfetto stile rinascimentale. Probabilmente i detrattori dei Trail Of Dead si ricrederanno non poco dopo averne ascoltato questa ultima prova, di sicuro ci puntano i discografici della Interscope che già da tempo li hanno sottratti alle altre etichette indie e hanno contribuito a dare una svolta per così dire “commerciale” all’intero progetto. “Worlds Apart” ha la vecchia impostazione da “concept album” cara ai gruppi storici del progressive rock e stupisce particolarmente nella prima parte a partire dall’introduzione “Ode to Isis” dove una voce femminile richiama sulla scena la band che si presenta con un feroce riff di chitarre, come a dire: eccoci siamo vivi e vegeti nonostante il nome che ci portiamo dietro, e via con “Will You Smile Again” che prende dritto allo stomaco e apre una suite di sette minuti a dir poco trasformista che va dal rock anni ’70 degli Who, alle contaminazioni jazz dei King Crimson per finire con il grunge epico degli Smashing Pumpkins. L’influenza di Billy Corgan si fa sentire nello stile del cantante Conrad Keely, basta sentire “Let It Drive”, ma non intacca la singolarità del suo timbro vocale, viscerale e angosciato ma perfettamente in armonia con le sonorità del gruppo sostenute dal continuo incedere della chitarra e dal possente ritmare della batteria. L’omonima “Worlds Apart” e “Summer ‘91” sono la cartina tornasole del pensiero autoaccusatorio di Keely nei confronti della società americana e delle contraddizioni con cui si autoalimenta e su cui per troppo tempo ha fondato le proprie convinzioni e sicurezze crollate miseramente dopo gli avvenimenti dell’11 settembre. Per restare nell’ambito puramente compositivo non si può non notare come le liriche siano legate al pensiero musicale di Pete Townshend, sofferente e arrabbiato, senza facili soluzioni ma con un forte senso di insoddisfazione sempre alla ricerca di come dovrebbe essere un corretto “responso artistico”. Nonostante l’origine yankee, i Trail of Dead sembrano decisamente vicini a una sintesi musicale di stampo britannico che trasuda di riferimenti al glam rock dello “stardust” Bowie in “All White” oppure al rock sinfonico dei Pink Floyd nell’era di Dark Side of The Moon; ma è in “Caterwaul” che si ritrova la perfetta sintesi del nuovo corso del trio, con il bilanciamento tra il dramma e la pena rappresentato in uguale misura dal muro di batteria incessante e dal furore della chitarra, uno schiaffo diretto al viso di chi ascolta. Il resto del disco scorre via velocemente con brani anche scontati che alleggeriscono la forza propulsiva dei primi 30 minuti ma che non intaccano l’intera riuscita di “Worlds Apart”, d'altronde lo stesso Keely nel discutere riguardo la scelta di passare ad una major ha onestamente confessato di averlo fatto per rendere la propria musica accessibile ad una platea sempre più vasta senza rinnegare le proprie radici musicali. A mio parere sembra esserci pienamente riuscito.
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25/02/2005 -
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