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C’erano troppi filoni musicali interessanti, nei primi anni ottanta, perché un povero ragazzo potesse appassionarsi ai Blasters. C’era l’hardcore-punk USA, dove grazie a gruppi quali Minor Threat, Husker Du e Bad Religion si stavano modellando stili validi ancor oggi (almeno a giudicare dalle odierne Top 20); e, soprattutto, c’era una immensa new-wave inglese, con Echo & The Bunnymen, PIL, Smiths eccetera eccetera eccetera. Cosa poteva fare un povero ragazzo se non disdegnare i Blasters e considerarli un gruppo di revivalisti da strapazzo? Oggi la benemerita etichetta Rhino presenta un’antologia onnicomprensiva del quartetto di Downey, California, e quel ragazzo decide di fare un tentativo (estremo, forse) di rivedere la sua visione originaria. Anche perché i Blasters, nel corso della loro breve storia (80-85), furono sperticatamente lodati dalla critica più scafata, specialmente italiana e francese. Composti dai fratelli Dave e Phil Alvin, dal bassista John Bazz e dal batterista Bill Bateman, nonché da una serie di ottimi strumentisti di contorno (tra cui il più “fisso” era il pianista Gene Taylor), i Blasters suonavano una versione del rock’n’roll che, si disse, era passato attraverso il frullatore del punk. Un r’n’r particolarmente furioso, quindi. In questa raccolta doppia è compresa tutta la produzione della band, tranne il primo album “American Music” uscito nel 1980 per la label indie Rolling Rock. Tre album (“The Blasters” dell’81, “Non Fiction”dell’83 e “Hard Line” del 1985) più un EP dal vivo inciso dal vivo al locale The Venue di Londra nell’82, tutti su etichetta Slash. “Testament” presenta un gran suono rimasterizzato, grazie ai tipi della Rhino. E i 4 (più vari amici assortiti quali Taylor e il sassofonista Lee Allen) possedevano una perizia tecnica davvero fuori del normale. L’ascolto retrospettivo fa sì che il giudizio di quel povero ragazzo sui Blasters sia mutato, ma non di molto: revivalisti lo erano di sicuro, e della “furia” sonora di cui sopra, a 20 anni di distanza, non trapela granchè. Ma non certo da strapazzo, bensì talentuosi. Il punto dolente (e che in questa raccolta da 140 minuti alla lunga si fa sentire) è nella qualità delle loro canzoni originali, tutte composte da Dave Alvin, fra l’altro l’unico dei fratelli che oggi continua a muoversi in ambito musicale. A parte una molto bella “Long White Cadillac” (contenuta in “Non Fiction”) e l’orecchiabile “Border Radio” (dall’eponimo LP dell’82), il resto delle composizioni indigene è tutto fuorchè indimenticabile. Le cose migliori della raccolta, peraltro, provengono dall’EP dal vivo, contenente esplosive cover di Jerry Lee Lewis, Little Richard ed altri più oscuri pezzi di rock’n’roll e r’n’b. Ecco chi sono stati i Blasters: un gruppo impeccabile nei concerti live, con una preparazione tecnica mostruosa e una conoscenza minuziosa del proprio genere. Ma, d’altro lato, gruppo poco più che mediocre nelle prove su vinile. Impossibile, per un povero ragazzo, avere dubbi in una scelta tra Ian McCullogh e Dave Alvin…
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