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C’eravamo lasciati male, con gli American Music Club. Il loro ultimo album prima dello scioglimento, “San Francisco” del 1994, era stato talmente al di sotto del loro standard abituale, che c’è un solo pezzo che a memoria siamo in grado di citare, “How Many Six Packs Does It Take to Screw In A Light?”, poi nella nostra mente si fa il buio. C’eravamo lasciati con un sapore amaro in bocca, dopo aver passato quasi un decennio ad esplorare ed usurare dischi/opere d’arte intitolati “Engine”, “Everclear” e “Mercury”, a struggerci per canzoni uniche per intensità e profondità quali “Outside This Bar” e “Johnny Mathis’ Feet”, e ad elevare al pantheon dei più grandi autori di canzoni di tutti i tempi Mark Eitzel, che degli American Music Club era ed è il leader, il cantante e la forza motrice. Eitzel solista, peraltro, ci ha (quasi) sempre convinto, grazie – o nonostante – un certo a volte eccessivo eclettismo, e non è che sentissimo più di tanto il bisogno di una ricomposizione degli AMC, tanto più che i ritorni di fiamma sono sempre da prendere con i piedi di piombo. Poi la “reunion” è avvenuta veramente, e il disco che teniamo per le mani la giustifica in buona misura. “Love Songs For Patriots” si apre con il magistrale “Ladies And Gentlemen”, un accorato appello al popolo americano per piano e chitarra distorta (del mitico Vudi) di cui Eitzel ha detto: “mi sarebbe piaciuto che il Presidente avesse detto quelle parole alla Nazione dopo l’11 settembre”. Segue “Another Morning” che è un classico pezzo jazzato alla AMC dell’epoca “United Kingdom”, e l’immensa “Patriot’s Heart”, di cui si potrebbe disquisire per ore e ore, e che è il pezzo chiave intorno a cui ruota tutto l’album. Musicalmente è uno dei migliori brani che gli American Music Club abbiano mai inciso, e ci fa ritrovare un grandissimo Eitzel. Quello che come fosse seduto al nostro fianco al bancone di un pub, un po’ brillo, inizia a raccontarci, a tratti sopra le righe, le sue storie di vita (forse) vissuta. E noi sappiamo che spesso le spara grosse, ma sospettiamo anche che qua e là siano nascoste delle piccole perle di saggezza. Stavolta la storia in questione è quella di uno spogliarellista maschio, ma è probabile che il tutto sia una metafora sull’America, o forse su qualcosa di infinitamente più grande e più importante, chissà. Chiedere all’autore, quando ce ne sarà occasione. La successiva “Love Is” è un modesto anticlimax, seguito da “Job To Do” e “Only Love Can Set You Free” che, pur sapendo di già sentito, sono due (già) classici pezzi degli AMC da ascoltare a tarda notte, e possibilmente in cuffia. “Mantovani The Mind Reader”, per piano e voce, è uno dei vertici intimistici del disco, mentre “Home” è un’idea di canzone appena abbozzata, difetto in cui gli American Music Club cadevano anche, talvolta, all’epoca d’oro. L’indolente e ripetitiva “Myopic Books” si fa apprezzare unicamente per la stralunata lirica - in cui sono citati i Dinosaur Jr. – ma poi gli AMC arrivano a superare sé stessi, piazzando il grandioso terzetto “America Loves The Minstrel Show”, “The Horseshoe Wreath in Bloom” e “Song Of The Rats Leaving The Sinking Ship”. La vivace e brillante “The Horsehoe…”, in particolare, possiede un ritornello indimenticabile, in cui un Eitzel dolceamaro declama “If you buy lottery tickets you will win someday…”, un verso in cui è racchiuso tutto l’universo fatto di dubbi, luoghi marginali e velleità irrealizzabili di una band che non potremo mai smettere di amare. Bentornati, Mr. Eitzel, Vudi e soci, con l’augurio che questo “Love Songs…” sia solo l’inizio di una seconda, brillante fase di una già eccellente carriera.
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