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Uno spettro si aggira per l’Europa, da almeno una quindicina d’anni. No, non è il comunismo, ma il folk esoterico (o apocalittico, a seconda delle dizioni) di cui furono capostipiti, tra gli altri, gli inglesi Death in June, e che le sue simpatie politiche le ha dalla parte estremamente opposta della barricata. Ma qui la politica non interessa, per fortuna, e si bada alla musica. E più di una volta questo genere ha sfornato opere di elevato valore artistico, sebbene destinate a circolare in un ristretto circolo di cultori. È questo il caso di questo ottimo split (ma si può dire per un cd di quattro brani di tre autori diversi?) concepito dagli albionici Sol invictus, Hawthorn e Sieben, e portato amorevolmente alla luce del mondo dalla neonata etichetta torinese Prerecordings. Filo conduttore sono i due poeti romantici Percy Bysshe Shelley e Lord Byron, amici per la pelle, vagabondi per l’Europa, dediti a droghe e sesso, innamorati del Mediterraneo e dell’occulto. “Light me the candle” dei Sol invictus (ovvero Tony Wakeford e Gary Parsons), nome storico del folk apocalittico, apre il disco: è una cupa e ossessiva litania con cui Byron, morto, sepolto con Shelley a Roma (vero), chiede di “accendergli la candela e mostrargli il sangue”. Da qui si dipana il recupero della memoria di episodi della propria vita nei brani seguenti. Il pezzo è suggestivo: solo melodia e voce sono un po’ troppo monocordi, anche se perfettamente in tema. La successiva “Degenerate Leander” degli Hawthorn (ancora Tony Wakeford, stavolta in coppia con Matt Howden) brilla di incanti maggiori: un intreccio di archi da camera tra Michael Nyman e la Penguin Café Orchestra e una melodia più ariosa ci accompagnano nella rievocazione del mito di Leandro che annegò attraversando l’Ellesponto per raggiungere la sua donna Ero. Il Leandro degenerato è Byron stesso, che tra le proprie amanti annoverava la sorella, e il testo prende spunto da una sua poesia. “When the lamp is shattered”, ancora degli Hawthorn, musica una cupa poesia di Shelley tra sibili cosmici e bassi elettronici. Un vero gioiellino la conclusiva “Missologhy sky” di Sieben (alias Matt Howden), ispirata da frasi e versi di Byron, e che ci presenta il poeta sul letto di morte intento a rievocare una storia d’amour fou delle sue. Insistenti e avvolgenti archi su un tappeto di percussioni sostengono una melodia che in diversi momenti ricorda la migliore Bjork, anche se le capacità vocali qui rientrano nella normalità. Davvero un bel dischetto, imperdibile per gli appassionati del genere e consigliato ai curiosi per avvicinarvisi.
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