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Mancava poco alla realizzazione del disco, era la fase del missaggio, poco ancora e sarebbe stato il debutto. Ma il chitarrista Jim Lawrence ha deciso che non avrebbe visto assieme ai compagni l’esordio della sua band, e si è tolto la vita con un assurdo gesto, come un fulmine che squarcia le coscienze dei compagni: questo il passato recente (o inizio?) di un gruppo esordiente che ha attirato l’attenzione oltre che per meriti musicali anche per questa tragica storia. Affrontando il discorso prettamente musicale c’è da dire che questa nuova band inglese si discosta dal solito panorama brit, andando a cercare delle affinità con altri gruppi come i Mercuri Rev (che creano immagini per così dire “filmiche”); è un disco dalle atmosfere maestose, epiche in alcuni momenti, rabbiose in altri, dolci e delicate in altri ancora, ma già al primo ascolto ti dà l’impressione di trovarti davanti a qualcosa di speciale. Prodotto da Ken Thomas, Sigur Ros per intenderci, “Lost Riots” è un album di rock che si nutre di passione, di anima, di rabbia, di disperazione e di sofferenza, e nonostante questo, ricco di bellissime melodie sempre accompagnate da arrangiamenti orchestrali che danno l’impressione di gettarti in uno stato decadente, onirico, sospeso, salvo poi precipitarti giù con riff aggressivi e muri di chitarre. Un disco sincero, fatto da ragazzi che ancora hanno qualcosa da dire, da urlare, da difendere, e questo loro essere politically scorrect (testi decisi, controcorrente, nichilisti) è solo un elemento aggiuntivo di valore in un disco che ha diverse frecce al proprio arco. Ad esempio la traccia iniziale “The Black Amnesias”, uno strumentale che inizia con un ossessivo arpeggio di chitarra acustica su cui entra una batteria nervosa, fa da preludio all’ingresso di una sezione di archi che ci immette prepotentemente nell’atmosfera decadente e arrabbiata del disco. Primo gioiello, triste e furioso in una spirale di dolore che si sente. Dopo “Enemies Friends”, una buona canzone pop rock ben suonata ed arrangiata, arriva un altro pezzo degno di nota, “66 Sleepers To Summer”, una ballata che apre con i violini e l’acustica pizzicata e subito la cassa della batteria in quattro (come si dice in gergo). Il pezzo comincia a salire finché non c’è un’apertura melodica che fa capire perché abbia citato prima i Mercury Rev: atmosfere decadenti, orchestrali, oniriche, che ci proiettano in un altro mondo. “George Washington” è un’altra bella canzone, che ripropone il binomio chitarre acustiche e violini, si sente anche un mandolino che accompagna una melodia molto sognante per un’atmosfera che questa volta si presenta ottimista; a metà canzone una tromba fa fermare tutto per creare una lunga coda fatta di fiati, violini e delicati arpeggi di chitarra che chiudono dopo 5 minuti e mezzo. Segue “Me Ves Y Sufres”, un pezzo che evoca atmosfere da scenari filmici (assieme alla coda strumentale di “Sadness On My Back”), e “Goodhorsehymn”, una ballata che nemmeno gli Embrace scriverebbero, anche perché assume tonalità più scure fino ad esplodere in un crescendo di piatti e violini, per creare un alto livello di pathos e poi ritornare nei ranghi. Il tempo di una strofa e si è di nuovo in alto, ad esplorare più da vicino i sentimenti e le passioni che trapelano da questi pezzi e che sappiamo essere anche dentro di noi. Bellissimo.
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