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Approcciando questo album postumo di Elliott Smith, deceduto per apparente suicidio circa un anno fa, avevamo il timore di trovarci di fronte ad una di quelle operazioni alla 2pac Shakur, ovvero ad uno di quei taglia ed incolla effettuati intorno a pochi irrilevanti frammenti incisi dall’artista, che si risolvono in una sorta di Frankenstein sonoro da prendere, stroncare e/o cestinare e dimenticare per sempre. E invece, “From A Basement On The Hill” è un mezzo capolavoro, di poco inferiore a quell’ “Either/Or” che resta il vertice della produzione di Smith, e decisamente più immediato ed efficace degli ultimi due album che il cantautore aveva pubblicato (ancora in vita) per la major Dreamworks, “XO” e “Figure 8”. Le quindici canzoni ivi presenti, estrapolate da demo solo in parte ritoccati da un nucleo di amici, parenti e stretti collaboratori, rappresentano un più che degno post-scriptum ad una brillante carriera che ha visto Elliott Smith esercitare un ruolo chiave tra i massimi esponenti cantautoriali USA del decennio ’90, capace di resuscitare e interpretare melodie di ispirazione beatlesiana (nonché alla Simon & Garfunkel) con un piglio adeguato alla generazione del grunge. Il bello di “From A Basement On The Hill” – come in “Either/Or” e nei migliori episodi di “XO” e “Figure 8” – è che alcune delle canzoni ti sembra di averle conosciute da sempre. E’ il caso di “Pretty (Ugly Before)”, della visionaria “King’s Crossing” e della melanconica “Memory Lane”, o di “Don’t Go Down”, che sembra uscita dalla penna di John Lennon. Con il senno di poi, troverete liriche che fanno presagire la tragedia imminente. La melanconica e ondulante “A Fond Farewell” dice tutto fin dal titolo, mentre in “The Last Hour” Smith ci avverte che “I'm through trying now / It's a big relief”, e su “Strung Out Again” emerge una dipendenza dalla droga destinata a non lasciargli scampo: “I know my place / Hate my face / I know how I begin and how I'll end / Strung out again…” Il pezzo forte, dal punto di vista dei testi, è però indubbiamente “King’s Crossing”, che è quanto avrebbe potuto partorire il Dylan epoca “Blonde On Blonde” se avesse preferito l’eroina alle cosiddette droghe “ricreative”, colma di immagini e simbolismi tanto insistenti quanto “malati”: “It's Christmas time / And the needles on the tree / A skinny Santa is bringing something to me / His voice is overwhelming, but his speech is slurred”. ---------------------- Il motivo per cui il mito di Elliott Smith è destinato a crescere e propagarsi – e che presumibilmente nel corso degli anni lo porterà a diventare una sorta di nuovo Nick Drake o Tim Buckley - è che, a differenza della maggior parte dei suoi pur bravi contemporanei, Smith è sempre stato “4 real”, dando costantemente l’impressione che la sua fosse una specie di missione e/o vocazione, che ci fosse in lui una vera sofferenza e, a tratti, una vera esaltazione per quanto scriveva e cantava. Una sensazione che esce vieppiù rafforzata da “From A Basement On The Hill”, album melodicamente “forte”, più sporco del consueto, vissuto dall’autore sulla propria pelle, e, anche per questo, assolutamente irresistibile.
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