|
Non c'è chi non lo nomini in un suo disco, chi non lo ringrazi per la cortese apparizione, chi addirittura non lo annoveri senza indugio tra i propri musicisti. Emerso nel lontano 1989 come front man di una band, i Faith No More, votata ad un personalissimo crossover condito di funk, death metal, rap e rock 'n'roll, Mike Patton è oggi il musicista forse più pervasivo che si conosca. A scorrere la sua prolifica produzione, infatti, sembra non esserci anfratto o sottobosco musicale che egli non abbia in qualche modo (ri) visitato. Pensiamo al collage di jazz, blues, metal e avanguardia di cui ci ha dato saggio con Mr. Bungle, al piglio decisamente noise con cui ha rivisitato, a nome Fantomas (The Director's Cut, Ipecac, 2001), celeberrime soundtracks firmate da compositori del calibro di Nino rota, Ennio Morricone, Gaetano Badalamenti (per citare solo gli italiani); o al blues isterico e intriso di diavolerie elettroniche suonato con i Tomahawk. Insomma, ovunque lo si metta, questo geniaccio un po' angelo un po' diavolo sembra stare dannatamente a proprio agio. Il 2004 lo ha visto tra gli ospiti di Bjork in Medullà (One Little Indian, 2004), e quasi contemporaneamente al fianco del violinista Eyvind Kang per la registrazione del nuovo Virginal Co - ordinates (Ipecac, 2004). E porta il suo nome anche un disco stravagante dal titolo Romances (Ipecac, 2004), realizzato accanto al giovane producer norvegese John Kaada: come dire, l'ennesimo pretesto per avventurarsi in una nuova plaga di convenzioni e di suoni. Romances può definirsi a tutti gli effetti un concept album, la sua struttura ricalca infatti il "romanzo di gesta" di matrice occitanica, dove i titoli alla francese sembrano voler scandire in musica le tappe di una parabola allegorica. Niente chitarre elettriche dunque, né versacci graffianti o urla disumane, piuttosto nenie e ritornelli dal sapore classico, virtuosismi canori che ammiccano al fantastico gotico di fine ottocento, esotismi e giochi vocali che si confondono a suoni d'arpa, fisarmoniche, clarinetti, organi ed elementi di elettronica, ad evocare fantasticherie filmografiche degne di un Tim Burton. Come nei poemetti epici, Romances apre con la consueta invocazione alle Muse (Invocation) e prosegue facendo il verso agli schemi della letteratura trobadorica (Aubade), musicando illusioni (Vients, Le Gazons Sont Verts), disillusioni (Seule) e tenebrose discese nell'Ade (Pensée Des Morts) nelle quali però non si prospetta alcuna catartica risalita. In questa epopea kaada - pattoniana - indubbiamente figlia dei nostri tempi - insomma, non è previsto nessun nostos, nessun ritorno dal mondo dei morti. Sul Pensée des morts scende, inesorabile, la Nuite Silencieuse.
|