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The Gun Club
The Las Vegas Story (reissue 2004)
1984
di Giancarlo De Chirico
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Siamo nei primi anni ottanta e i Gun Club si distinguono - insieme ai Cramps - nel ruolo di epigoni del punk rock americano più radicale ed estremo. Questo loro terzo album venne stampato su vinile dalla Animal Records di Chris Stein dei Blondie, una casa discografica all’avanguardia in fatto di scelleratezza che all’epoca aveva sotto contratto anche Iggy Pop. Per quanto possa essere difficile etichettare la musica dei The Gun Club con le solite definizioni, per rinfrescarvi la memoria possiamo dirvi che si tratta di un blues underground, molto contorto e influenzato dal punk. Ogni nota, ogni lirica emessa dalla vocalità dolente di Jeffrey Lee Pierce, indiscusso leader e capo carismatico della band, si scaglia contro il gusto del normale, contro la quotidianità e l’indifferenza. La nuova ristampa su cd lascia intatti i sapori del tempo, a cominciare dalla intro inquietante della “title track” che precede “Walkin’ With The Beast”, il brano guida dell’intero album, dalla ritmica tambureggiante e selvaggia, un testo a metà fra profezia di sventura ed epitaffio per Jeffrey Lee Pierce che pochi anni dopo incontrerà sulla sua strada la morte. Da segnalare anche il gran lavoro al basso di una Patricia Morrison agli esordi, ultima arrivata nella “line up” che ha registrato questo disco, accanto a Kid Congo Powers alla chitarra e a Terry Graham alla batteria. “Eternally Is Here” poi è un rock and roll elettrico, decadente e malato, mentre il riff delle chitarre su “The Stranger In Our Town”comunque portentoso, echeggia molto, forse troppo, “I Wanna Be Your Dog” degli Stooges. “My Dreams” è invece una ballata morbida e sognante che ricorda un po’ i Television di Tom Verlaine. L’overture chitarristica di “ The Master Plan ” ti entra sotto pelle e ti lacera tutto, prima che intervengano il piano delicato e la vocalità melliflua di “My Man’s Gone Now” a decelerare il tutto. “Bad America” è una scheggia di inaudita potenza, straniata e distante, cantata da Jeffrey Lee con la disillusione di chi forse aveva previsto tutto. “Moonlight Motel” è un altro brano di “garage rock” a forti tinte blues, come il resto influenzato dalla psichedelia. “Give Up The Sun” è una ballata “dark” inquietante con quelle sferzate di chitarra che la attraversano in lungo e in largo, un campanello d’allarme che prepara l’esplosione finale, di un fragore devastante. “Secret Fires” è una ballata acustica dal sapore onirico, tipicamente “sixties” e dai contorni vagamente “western”. Un album carico di energia ribelle, di furia cieca e di disperazione. Forse leggermente inferiore a “Miami” e a “The Fire Of Love”, ma che vale la pena riascoltare con il dovuto furore.
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03/01/2005 -
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