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Erano attesi alla prova più grande, erano attesi al varco, alla prova decisiva, quella del secondo album. E proprio quando tutti pensavano che i Kings Of Leon, da Nashville, fossero solo una meteora, una piccola scheggia del passato proiettata non si sa bene, non si sa come, sul presente, ecco che loro registrano a Los Angeles questo bellissimo nuovo disco, che è una conferma, che è un passo avanti, che soddisfa le orecchie dei nostalgici innamorati di rock blues a tinte forti, ma che possiede anche una chiave ritmica moderna, frizzante da fare invidia agli Strokes. Il disegno di un’orchidea riprodotta sulla copertina è bellissimo, l’immagine è folgorante, come d’altra parte lo sono “Slow Night, So Long” e “King Of The Rodeo” i due brani che aprono l’album. I Kings Of Leon ci rimandano ad un’America diversa, quella più vera, quella ancora impregnata di rock and roll, che parte dalle atmosfere country di un posto come Nashville e arriva a codificare un blues elettrico come “Pistol Of Fire”, di impronta prettamente sudista, una cavalcata imperdibile, il brano migliore del disco. Caleb, il vocalist della band, canta con passione e con rabbia, il gruppo ripercorre con gusto i sentieri della prima psichedelia della fine degli anni sessanta, li mescola con i sapori densi del Delta blues e con una manciata di sano vecchio rock and roll. E’ così che vengono fuori brani come “Four Kicks” , “Day Old Blues”, “Velvet Snow” e “The Bucket”, è così che viene fuori un album ben congeniato e fumante, a metà strada fra il blues tirato dei Led Zeppelin e i migliori ZZ Top. Una benedizione!!!
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