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Anthony Braxton è autore di composizioni all’apparenza stravaganti, in realtà intessute di rigore logico, ai confini dell’ingegneria sonora e dell’inclemenza matematica. Sperimentalismo puro ed un tantino d’accademia: una sorta di “de bop dell’anno 2000”, come ebbe a definirlo Arrigo Polillo. E se non fosse jazz lo si potrebbe definire “musica concreta” (gli strumenti vengono studianti dal punto di vista della risonanza e della ripetizione). Cresciuto negli ambienti dell’avanguardia post-free, Anthony Braxton, le cui collaborazioni spaziano da Leroy Jenkins ad Archie Shepp a Dave Holland (la scelta delle citazioni non è casuale), si è accreditato nel corso degli anni come uno dei musicisti in assoluto più intellettuali del jazz insieme a Roscoe Mitchell. Irrequieto, introverso e tuttavia straordinariamente prolifico, ama esprimersi in modo freddo e calcolato, attraverso una simbologia fatta di “diagrammi e formule trigonometriche”, che sono, in fin dei conti, “formule sonore”. Ora però lo vediamo scendere dalle soverchie altitudini dell’astrazione a contesti più accessibili, praticabili e umani. Metà musicista, metà filosofo, lo vediamo esplorare con metodica compartecipazione il mondo degli standards. Operazione non certo facile, di raccordo e condensazione fra libera improvvisazione e rispetto della partitura, che tuttavia il sassofonista riesce a realizzare con estrema naturalezza, conciliando l’apparente antinomia attraverso il procedimento della “rilettura”. I brani sono stati registrati nel corso di una tournée europea effettuata da Braxton nel novembre del 2003 e si suddividono in standards veri e propri e celebri composizioni di autori come Shorter, Coltrane, Hancock ed altri (la lista è molto ampia). Musica ben nota, s’intende, ma reinterpretata con magistrale competenza, con una verve ed un senso del divertimento, un feeling ed una sottigliezza inventiva che ci sorprendono di volta in volta positivamente. Musica da ascoltare con concentrazione e distacco. Braxton è assolutamente unico, impareggiabile ai sassofoni. La sua musica è, in un certo senso, la quintessenza del jazz moderno, anticipatrice di alcune delle tendenze attualmente più innovatrici. Un disco straordinario, generoso, da parte di un musicista che ha ancora tante cose da dire, coadiuvato nell’impresa da un organico d’eccezione: Kevin Norton alla batteria, Andy Eulau al contrabbasso e soprattutto Kevin O’Neil alla chitarra, vera e propria rivelazione dell’album, per la capacità di interloquire da pari a pari col leader, fornendogli spunti e argomentazioni tematiche sempre originali. V’è inoltre da dire che se l’album fosse stato prodotto e finanziato da una grossa label discografica, probabilmente avrebbe ottenuto un rilievo ben maggiore, e comunque va apprezzato il coraggio di un piccolo produttore come Leo Feigin, che, nonostante le ristrettezze e difficoltà, è stato in grado di realizzare e mettere in commercio un’opera così bella, coinvolgente, ricca ed esemplare come non se ne sentivano ormai da tempo.(4 CD - Prezzo indicativo 81,60 euro).
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