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Ci eravamo incuriositi per questo album d’esordio dei Marjorie Fair, formazione di Los Angeles che in realtà risponde in toto al multistrumentista non di primo pelo Evan Slamka. Curiosità dovuta, soprattutto, ad alcune recensioni altamente elogiative, che avevano paragonato “Self-help Serenade”, se non ai fantasmagorici Beach Boys di “Pet Sounds”, ai brillanti The Thrills di “So Much For The City”. Melodie a iosa, quindi, e West-Coast sound, e una nuova grandiosa colonna sonora per le nostre estati: suonava assai entusiasmante.----------Spiace dire, invece, che la realtà di “Self-help Serenade” non è affatto così fiabesca. Già il brano introduttivo, “Don’t Believe”, sembra la (brutta) copia di un brano del già non trascendentale George Harrison di fine anni ’70. Andando avanti, è vero, le influenze di cui detto sopra ci sono tutte: ci sono Brian Wilson e ci sono pure i Beatles, entrambi nella loro versione più melanconica e intimista, ma purtroppo affiora quasi subito (diciamo da “Stare”, che è anche il singolo tratto dall’album) anche una tendenza verso la ballata da radio FM in grado di stroncare la nostra buona disposizione di partenza. Il problema, nei Marjorie Fair, è che è fin troppo evidente che non si tratta di un gruppo – seppur con tutte le imperfezioni del caso – ma di Evan Slamka e una dozzina di sessionmen, che saranno pure di standard tecnico colossale come nella tradizione losangelina ma che conferiscono una patina di eccessiva professionalità – “soulless” è il termine che rende l’idea - a tutti gli 11 pezzi qui contenuti. Si sente, per fare un esempio, che un brano come “Waves” è di altissimo livello, colmo di trovate melodiche che non si sentono tutti i giorni, ma il (fin troppo) sofisticato arrangiamento partorito dai professionalissimi scagnozzi di Slamka lo annienta fino a rendercelo parzialmente inascoltabile. A volte, va detto, è colpa di Slamka, e solo sua: la più essenziale “Please Don’t” – quasi una b-side di Paul McCartney, è roba che manco al pianobar. E’ un mezzo fallimento, “Self-help serenade”, eppure un pò ci dispiace che lo sia, perchè qua e là affiora che la vera ambizione di Evan Slamka, in fondo, è proprio quella di creare un disco come piace a noi, composto da melodie classicamente californiane venate da una certa malinconia da fine estate, del tipo: ombrelloni e cabine che iniziano ad essere smantellati. Ci dispiace, perchè quest’ambizione a volte trova il suo naturale compimento: capita con “How Can You Laugh” e con “Cracks In The Wall”, due ballate spoglie ed intense dove melodia e liriche raggiungono il perfetto punto di fusione. E capiterebbe con “Silver Gun”, che ricorda certe cose dei Beach Boys dei primi anni ’70, prima che i soliti perfidi strumentisti di studio arrivino ad appesantire il tutto. Che peccato, e che delusione.
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