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Ciccone
Eversholt street
2004
Human Recordings
di Renzo Stefanel
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Debutto al fulmicotone, come si diceva un volta, per i londinesi Ciccone. Che sfornano una piccola enciclopedia del rock britannico (e non solo). Le loro chitarre furiose ricordano un po’ Ikara Colt e i primi Ash. Ma la lista degli amori musicali di cui il trio canta è da ricercarsi più indietro nel tempo e più largo nello spazio: ci sono il piglio furioso del punk 77 che sta per diventare new wave, quasi una versione aggiornata e distorta del primo e leggendario Cure “Three imaginary boys” (“Flagellate”, “Just got laid”), l’irruenza college-adolescenziale che fu delle Veruca Salt coniugata al piglio sbarazzino del beat inglese dei 60 (“Look at you now”), le nostalgie degli acquerelli Sixties al rosolio dei Kinks (“If friday falls through”), il gusto per gli strumentali figli di punk, Velvet Underground e Sonic Youth (“Give me one good reason to carry on”), ricordi giovanili dei bei tempi dei primi Pretenders, ibridati ancora una volta con i Sonic Youth, stavolta quelli di “Goo!” (“F.u.u.k.”), ballate tra pub e vaudeville, in perfetta aderenza alla tradizione albionica (“My summer never comes”). Su tutto un delizioso accento brit, che farà la gioia degli orfani dell’orgoglio inglese tra fine 80 e primi 90, e la gioiosa irruenza giovanile che rende il disco fresco e adrenalinico come da queste parti non si ascolta più spesso. In più, l’alternarsi della voce femminile di Rebekah Delgado e di quella maschile di Micky Strickson leva al disco ogni possibilità di essere ripetitivo, conferendogli la giusta varietà. La pecca di questo oltremodo buon debutto sulla lunga distanza è che qui ci sono ancora troppi omaggi al proprio background e non ancora abbastanza Ciccone. Ma insomma, è lo stesso peccato che commettono i più celebrati Libertines e Razorlight. Cui i Ciccone non hanno in fondo molto da invidiare, dal punto di vista musicale. Dategli l’attenzione che si meritano.
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29/11/2004 -
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