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Cosa si fa a Liverpool in una mesta giornata di pioggia? Ma è ovvio: si va al cimitero Smithdown in cerca di un’ispirazione per il proprio gruppo, e questo è quello che è successo ai Sizer Barker (Carl Brown, Tim Bruzon e Maria Hughes), nuova scommessa del pop-rock inglese che trae il nome proprio da una lapide del cimitero sopra menzionato; in effetti questo conferisce al gruppo un’aura un pò cupa e certo non banale, proprio come le canzoni di questo “Hotel Juicy Parlour”, che è stato prodotto e distribuito dall’etichetta Real World di Peter Gabriel. Proprio l’ex leader dei Genesis è rimasto talmente colpito da volerli come gruppo d’apertura del suo recente “Still growing up tour”, a dimostrazione del fatto che i Sizer Barker si discostano decisamente dal classico panorama inglese, pur avendo dei punti in comune con altri gruppi già affermati; a sentirli in alcuni momenti ti vengono in mente i Doves di “The Last Broadcast”, per la loro attitudine a manipolare i suoni e ad usare voci filtrate e samples vocali, mentre in altri pezzi il cantante Carl Brown (che suona anche le chitarre e l’armonium) ricorda il frontman dei Blur Damon Albarn; il suono quindi è vagamente indie e psichedelico ma comunque tipicamente inglese: arrangiamenti complessi, programming, synths e un uso moderato dell’elettronica (oltre al contributo di altri musicisti che arricchiscono e rendono più corposo il sound), tutto questo rende “Hotel Juicy Parlour” un disco appetibile a tutti quelli che amano un sound vintage ma aperto alla sperimentazione. L’ascolto del disco si fa sempre più complesso e ad ogni nuovo passaggio emergono particolari che precedentemente non erano stati notati: è il caso per esempio del primo pezzo “Fling Fatale”, molto melodico e “decadente”, con accordi in “minore” ed una voce filtrata che sembra venire da un luogo remoto (nello strumentale elettronico emergono interessanti frammenti di motivetti già sentiti e facilmente riconoscibili); molto bello anche il pezzo da cui prende il titolo l’album, movimentato e pieno di intuizioni felicissime come le voci e le trombe filtrate che costruiscono un ritornello che entra presto in testa e difficilmente va via. Il gioiello del disco però è “Day By Day”, semplicemente stupendo con quella introduzione leggermente dissonante che immette su una strofa fatta di tappeti di archi trattati con l’elettronica, preludio ad un ritornello guidato dalla chitarra acustica che non sfigurerebbe in un disco dei Divine Comedy, delicata e dolce amara melodia che merita l’acquisto del cd. Di impianto acustico i pezzi seguenti come “We Came Up Favourite” e “Blue Ocean, Yellow Sun”, quest’ultimo con una bella armonica che ripete il riff d’apertura diverse volte, mentre il pezzo si apre in un ritornello molto melodico e malinconico (vengono in mente i Blur di “Blur”, 1997); altri pezzi che meritano di essere citati sono “Climb Aboard”, dove c’è un grosso lavoro di backing vocals, la ballata intimistica “Bright Hope” e l’altro gioiello del disco “Transmission Land”, dove ad una mai invadente elettronica risponde una ispirata costruzione armonica che in alcuni momenti riporta alla Liverpool di 40 anni fa…chiude il disco “Lowly Song”, una ballata di chitarra chitarra classica che sarebbe piaciuta ai Travis più malinconici. In definitiva “Hotel Juicy Parlour” si discosta dal già sentito del panorama britannico, pur mantenendone il marchio di prodotto tipicamente inglese, un pregio di cui pochi possono vantarsi, considerando che questo è anche l’album di debutto. Ottimo inizio.
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