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Diciamolo subito: è un gran bel disco, voluminoso, epico, di quelli che non ci metti poco per concepirli; i Gypsy di Scott Finch ci hanno impiegato ben due anni, ma lo sforzo creativo ha dato un ottimo frutto. I Gypsy sono Scott Finch (chitarre, organo e qui si cimenta anche al sitar), Joe Steil (basso e voce) e Gregg Slavik (batteria e voce), e questo è un disco che affronta un argomento affascinante e misterioso, ricco di simbologia mitica, l’ultimo libro del Nuovo Testamento che risponde al nome di Rivelazione (o Apocalisse); scritto oltretutto secondo la tradizione cristiana da Giovanni evangelista durante il suo periodo di solitudine all’isola di Patos (e in effetti i testi si rifanno in maniera dichiarata a testo sacro in questione, quando non lo cita direttamente in alcuni momenti). Per fare questo i Gypsy hanno chiamato un gruppo di ottimi vocalists a fare la parte degli angeli, dei servi infedeli e di Dio, mentre Joe Steil (voce principale di tutto il disco) e Greg Slavik interpretano invece i ruoli di Giovanni e Satana, in una sorta di rappresentazione artistica del controverso Libro; la cosa che salta subito in evidenza è che c’è una perfetta compenetrazione tra i testi e la musica: alcuni temi portanti del disco vengono suonati più volte durante questo viaggio visionario, in varie tonalità e diversamente arrangiati a seconda del pathos emotivo che devono suscitare, come pure frasi di chitarra che vengono replicate in altri pezzi da organi e sitar, in un crescendo che porta attraverso gli stilemi del classic rock all’epilogo maestoso almeno quanto il prologo di Giovanni all’inizio; musicalmente è un concept basato sul rock di derivazione Seventies, con fortissime reminiscenze del blues e della psichedelia. Il prologo è affidato ad un avvolgente e mistico sitar che introduce il tema portante dell’intero disco, cantato subito dopo da Steil (Giovanni): cori solenni per una composizione drammatica che sfuma successivamente nel secondo pezzo, “The Vision”, pezzo di rock suonato con una chitarra funky blueseggiante (e già qui comincia a sentirsi un organo che ripete il tema centrale suonato col sitar in apertura). Scott Finch è un grande fan di Jimi Hendrix e si sente in molti episodi del disco, come in “Whoever Has Ears”, un ottimo pezzo di rock blues suonato sporco con un hammond che ben accompagna la voce e i vari fraseggi di chitarra; piano piano l’ascolto si fa sempre più intenso e così si arriva a “The Seven Seals”, suonato in sette quarti, sette battute di un quarto proprio come i sette sigilli, a dimostrazione di come questo album sia da vedersi come un’unica commistione di parole e suoni. Una cosa del genere viene in mente anche quando si ascolta a metà disco Gregg Slavik (che interpreta Satana) cantare “Chasing The Dragon”, uno slow blues roccioso e sanguigno poichè chi meglio di Satana può cantare blues, notoriamente la musica del diavolo?Da queste ed altre chicche che lascio alla scoperta di chi ascolterà il disco si evince quanto questa corposa rock opera è legata nei suoi 23 frammenti nei testi così come nella musica, sembra di assistere ad una pièce teatrale con i vari personaggi dialogano e introducono all’ascoltatore i vari atti separati dagli interludi; ce ne sono due in tutto il disco, prima di arrivare a quello che è forse il pezzo più bello (sempre che si possa considerare singolarmente i vari episodi del viaggio), “The New Creation”. Una ballata delicata, costruita alla perfezione con chitarre leggere e un’azzecatissima voce femminile in controcanto che lascia lo spazio all’epilogo affidato alla voce di Giovanni-Joe Steil e al tema musicale portante che in apertura era affidato al sitar: sono passati già settanta minuti ma non ce ne siamo accorti,troppo presi da questo maestoso affresco musicale ricco di immagini. Epico come il libretto che accompagna il cd.
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