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Dopo l’esordio solista del 2002 con New Earth Mud, non del tutto convincente a dire la verità, Chris Robinson ha deciso di fare sul serio e sfodera un disco come pochi se ne sono visti nel 2004. Come nel precedente lavoro compaiono i fratelli Stacey alla chitarra e alla batteria (Paul Stacey in questo caso è anche produttore), con l’aggiunta di Gorge Laks alle tastiere e Gorge Reiff al basso a completare una band che prende il nome del disco d’esordio sopra citato. Come a dire che “This Magnificent Distance” è un discorso che non nasce dal nulla, ma prosegue quello iniziato da Chris nel 2002 quando, sciolta quella grande macchina del rock che erano i Black Crowes, decide di percorrere una sua strada lontano dagli eccessi e dal fragore delle liti e dei dissapori che avevano lacerato il gruppo. E allora via con un nuovo look, si fa crescere una barba da fare invidia ai Beatles nel periodo mistico e si fa ritrarre nelle foto del booklet con collane da guru immerso nella natura, assieme a disegni di esseri metà umani e metà arborei. E in effetti coglie nel segno: c’è un sottile file mistico che lega tra di loro l’uomo e la natura, in un ricomporsi in qualcosa che non è identico a quello che si era prima; questa sensazione lega anche le canzoni del disco, creando un’atmosfera d’altri tempi,fatta di echi, filtri e sapori degli anni Settanta, attraverso un songwriting di alta qualità e strumenti vintage come organi hammond e delicate chitarre acustiche che si intarsiano con quelle elettriche. Due pezzi su tutti: la ballata psichedelica Girl On A Mountain, dove si sentono forti echi dei Genesis di Trespass su fraseggi blues di chitarra , e l’epico rock di When The Cold Wind Blows At The Dark End Of The Night, con ottime ed avvolgenti parti strumentali, pezzi che si prendono il proprio tempo (durano entrambe più di sette minuti) e si sviluppano secondo un sapiente crescendo di pahots. Molti altri i brani degni di nota, come ad esempio ...If You See California, pezzo molto radiofonico ma comunque mai banale che celebra l’amore per la sua terra, la California, 40 Days, ottimo pezzo di southern rock dove ad un testo abbastanza complesso, a metà tra le metafore di Dylan e l’arguzie di Lennon, rispondono sciabolate di chitarre che la fanno da padrone assieme ad un ritmo incalzante, e Eagles On The Highway, che pesca i motivi e i perché del testo nell’iconografia mitica americana, e si trasforma poi in un blues sporco cantanto in un modo cui ci ha piacevolmente abituato Chris nei Black Crowes. Train Robbers invece non sfigurerebbe proprio in un disco del suo vecchio gruppo, così come Surgical Love ricorda a tratti John Lennon e Sea Of Love Lenny Kravitz. Gli altri pezzi sono le ballate Never Empty Table e Like A Tumbleweed In Eden ed il rock acustico e jammato fatto di chitarre, hammond e percussioni di Mother Of Stone. Il disco si chiude con Piece of Land, un solido e sporco rock alla Black Crowes che si evolve nel finale in un roccioso slow blues dove il nostro si diverte anche all’armonica a bocca dopo aver cantato un intero disco con il piglio da bluesman e sfoggiando un’ottima interpretazione a suggello di un felicissimo lavoro che non ha nessuna parte fuori posto. Chris Robinson veste nuovi panni adesso. Raccomandato a chi ascolta ancora il vero rock.
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