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Duran Duran
Astronaut
2004
Epic/Sony
di Roberto Chiarion
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Quando nel 2001 fu diffusa la notizia della “reunion” dei Duran Duran nella loro formazione completa, molti hanno pensato che ci si trovasse di fronte soltanto ad un’operazione di facciata, che poco sarebbe servita ad invertire quella tendenza negativa che aveva portato al fallimento commerciale di “Medazzaland” e “Pop trash”. Sta di fatto che, dopo un lungo travaglio, caratterizzato dalle difficoltà incontrate nella scelta di una produzione degna di un rilancio in grande stile, nell’ottobre del 2004 esce “Astronaut”. Prima ancora, la massiccia presenza del singolo anticipatore “(Reach up for the) Sunrise” nelle playlist delle radio aveva rappresentato un chiaro segnale del ritrovato interesse dei media nei confronti della band. Ma è dall’ascolto dell’intero album che si ha la vera conferma dell’avvenuta svolta. Da parecchi anni il suono della band di Simon Le Bon non risultava così fresco, diretto ed energico. Tornano la batteria di Roger Taylor, il basso di John Taylor, le chitarre funk di Andy Taylor, ma soprattutto le melodie dallo stile inconfondibile, che hanno fatto da colonna sonora ad un’intera generazione. Parlare di ritorno alle origini è lecito, anche se non si ha la sensazione di avere a che fare con un’operazione nostalgia. Se in “(Reach up for the) Sunrise”, “Taste the summer” e “Nice” i richiami ai primi tre album sono più che evidenti, brani come “Still breathing” e la splendida “What happens tomorrow” dimostrano che la band non intende cancellare il suo passato più recente (quello con Cuccurullo, per intenderci), limitandosi al tentativo di emulare il periodo degli esordi. Il risultato è che l’album accontenta coloro che erano rimasti orfani dei ritornelli di Le Bon e soci, senza scadere nel revival che tanto va di moda negli ultimi tempi. Di certo a ciò hanno contribuito non poco Rich Harrison e Don Gilmor, i due produttori preferiti solo in un secondo momento al più retrò Nile Rodgers. Intelligente è stata la loro scelta di dare nuovo ossigeno al sound del gruppo senza snaturarne i tratti essenziali. “Astronaut” è un disco piacevole, che probabilmente ha nella mancanza di originalità il suo limite maggiore. Ma in un mercato discografico in cui in vetta alle classifiche di tutto il mondo troviamo giovani gruppi che si “scoprono” punk, dark o new wave con più di vent’anni di ritardo, in fondo il fatto che i Duran Duran tentino semplicemente di riscoprire se stessi diventa in sé un punto di forza di questo lavoro. Anche se la band di Simon Le Bon continuerà a dividere pubblico e critica, un fatto è certo: ci troviamo di fronte ad una nuova alba, come recita il ritornello del singolo “(Reach up for the) Sunrise”.
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26/10/2004 -
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