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Premessa: tra il 1966 e il 1967, il leader dei Beach Boys Brian Wilson impazzì (letteralmente) appresso a questo album, componendo e incidendo una serie di brani e frammenti che nel loro assemblaggio finale avrebbero dovuto costituire una sorta di “teenage symphony to God”, una sinfonia adolescenziale rivolta a Dio, oltrechè, per restare più con i piedi per terra, un’adeguata risposta all’epocale “Sgt. Pepper’s” dei Beatles (che a sua volta aveva già risposto e surclassato il di per sè mitologico “Pet Sounds” dei Beach Boys”). L’appetito del pubblico era stato ben solleticato dal singolo “Good Vibrations” – una mini-sinfonia pop ed uno dei brani imprescindibili quando si parla di Sixties – ma sul più bello a Wilson venne un insanabile esaurimento nervoso, e il progetto fu abbandonato. Al suo posto uscirono, nel corso degli anni, una serie di album marchiati Beach Boys contenenti, di volta in volta, brani identificati come residui delle sessions per “Smile”: “Heroes And Villains”, “Vegetables” e “Good Vibrations” comparvero su “Smiley Smile” del settembre ’67; “Our Prayer” e “Cabinessence” trovarono posto in coda a “20/20” del marzo ’69; e infine “Surf’s Up” fu pubblicata sull’omonimo album dell’agosto 1971. La qualità invero alta dei brani di cui sopra, tirati fuori a spizzichi e bocconi – e per un brano come “Surf’s Up” si deve parlare di un episodio compositivo dal valore inestimabile, una sorta di risposta all’“A Day In The Life” di Lennon / McCartney, ma forse ancor più profonda ed intensa – fece sì che per “Smile” nel corso degli anni si coniasse la definizione di “miglior disco rock rimasto negli archivi”; che iniziassero a circolare una pletora di bootleg con estratti dalle sessions del 66/67; che giornalisti e musicofili dotati di fantasia fervida (e tempo a iosa) provassero ad immaginare cosa Wilson avesse in mente all’epoca, e assemblassero le loro personali versioni di “Smile”; che intorno al – confuso, probabilmente – progetto wilsoniano degli anni Sessanta si sviluppasse un vero e proprio culto di vaste proporzioni. Tutto questo fino ad oggi, dato che Brian Wilson, con l’aiuto di certo Darian Sahanaja della sua band The Wondermints, e del vecchio sodale Van Dyke Parks, ha rimesso mano a “Smile”, l’ha risuonato e l’ha FINITO (fine premessa). --------------- Al che è necessario fare una seconda mini-premessa: giungo all’ascolto della versione 2004 di “Smile” conoscendo unicamente quanto emerso sui dischi ufficiali dei Beach Boys tra il ’67 e il ’71, non ho mai desiderato ascoltare gli svariati bootleg in commercio, fedele al principio che se l’artista decide di segretare le sue cose, possiede motivi validi – e nel 99,9 % dei casi il ragionamento risulta corretto, vedi anche i “Vanilla Tapes” dei Clash – e non ho mai avuto tra le mani il box-set del ’92 dei BB contenente altri episodi delle famose sessions. Giungo, quindi, relativamente “vergine” all’appuntamento con questa sinfonia adolescenziale rivolta al Divino, composta da uno psicotico ventenne ed eseguita oggi da uno strambo signore di 62 anni. E’ importante, quel “relativamente”, perchè la mia impressione è che se ascoltate “Smile” da zero, ne resterete FOLGORATI. Quantomeno perchè “Cabinessence”, “Surf’s Up” e “Good Vibrations” sono tre brani mirabolanti, sensazionali, senza eguali. “Cabinessence” mi continua a stupire con quelle voci che si rincorrono senza posa nella sua sezione cosiddetta “Who Ran The Iron Horse”; di “Surf’s Up” ho già detto, lo considero tra i vertici assoluti di Brian Wilson e della musica pop; e “Good Vibrations” è perfetta sintesi di surf-sound tipicamente alla Beach Boys e psichedelia, con un arrangiamento vocale che andrebbe studiato e ristudiato, e poi ascoltato e riascoltato all’infinito. Ma io, come già detto, questi 3 pezzi da novanta li conoscevo già. E allora? Allora, lo “Smile” versione 2004 si compone di tre suite in cui trovano forma unitaria i vari frammenti e le diverse canzoni che Wilson compose e incise quasi 40 anni fa. Da una di queste suite, io – che conosco “Cabinessence” ecc. e che dovrei perciò essere moderatamente insensibile - sono rimasto FOLGORATO. Si tratta della seconda suite, quella che si basa sul refrain “Child Is Father To The Man” e che si conclude con “Surf’s Up”. E’ perfetta. E’ meravigliosa (“Wonderful Thing! A Children’s Song…”). E’ davvero la “teenage symphony” in rapporto con il Divino che Wilson ci aveva promesso. Ogni movimento si interseca alla perfezione con quello che segue, e quando arriva “Surf’s Up” il godimento uditivo raggiunge picchi elevatissimi. Non si può fare a meno di pensare che, se questa “Wonderful Suite” in cui si celebra lo spirito dei bimbi fosse uscita nel ’67, John e Paul avrebbero avuto qualche grattacapo in più, e magari non si sarebbero separati così presto. Le altre due suite, invece, non sono così magistrali, e l’assemblaggio dei vari brani risulta più frammentario. Certo, una suite – la prima - che contiene “Our Prayer”, “Heroes And Villains” (nella versione “In The Cantina”) e “Cabinessence” offre motivi in abbondanza per esilarare, e un’altra – la terza – che si chiude con la mini-sinfonia “Good Vibrations”, ti fa venire voglia di rimettere subito il CD da capo. Però qui l’incastro non funziona altrettanto bene, e rimanda alla mente mente progetti altrettanto frastagliati come i vari “Song Cycle” e “Discover America” di Van Dyke Parks della fine degli anni ’60, intriganti nella loro varietà di musiche “americane” ma un po’ troppo sfilacciati per i miei gusti. E comunque, anche se i vari wilsonologi/smilologi avranno da ridire, e rimpiangeranno il sapore “vintage” delle sessions originali, questo “Smile” risuonato – non hi-tech, fortunatamente – e portato a termine a quasi 40 anni dal concepimento è ben aldisopra delle aspettative. Alla veneranda età di 62 anni, a Brian Wilson è “quasi” riuscito lo scherzetto di arrivare a quella perfezione sinfonico/pop che era nelle sue ambizioni originarie. “Quasi”, ma è già abbastanza, e con oltre 46 minuti di “buone vibrazioni” si può iniziare a considerare “Smile” tra i migliori album del 2004. Nonchè del 1967, naturalmente.
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