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Non provate a dire che Tom Waits ha spiazzato tutti, che ha tirato fuori dal suo cilindro di geniale animale da musica popolare quel qualcosa di nuovo che il mondo discografico attendeva. E’ dai tempi di Swordfishtrombones, che il nostro Waits ha deciso di abbandonare la strada, per altro fino ad allora ben avviata, del “contastorie” di whisky andati e di amori da quattro soldi andati a male, o non andati per niente. All’epoca qualcuno c’era rimasto male, soprattutto i fedelissimi che si erano innamorati delle sue atmosfere fumose da pub scalcinati e delle sue strade secondarie tinte di alcol, di barboni e prostitute. Lui, senza curarsene troppo aveva deciso di cominciare un percorso di sperimentazione sonora dove far alloggiare nuovi disperati personaggi. Oggi, dopo Bone Machine, dopo i sinistri presagi delle “variazioni sul mulo” (“Mule Variations”) e altre svariate argomentazioni, ha voluto aggiungere un nuovo colore, una nuova tela al suo “funk cubista”, come lui ama definire il suo stile musicale. “Real gone”( un’espressione che sembra descrivere bene lo stesso artista californiano, come a dire uno “fuori di testa, completamente andato”, ma che è anche un’espressione usata dai musicisti per descrivere l’esperienza di suonare e perdersi come in un’altra dimensione) è frutto della ormai collaudatissima collaborazione tra Waits e sua moglie Kathleen Brenna, inseparabili anche artisticamente da ormai vent’anni, e l’apporto decisivo di alcuni musicisti molto, molto Waitsiani: il fedele Larry Taylor al basso e il ritrovato Marc Ribot alle chitarre. Il piano, udite udite, è rimasto fermo lì, in un angolo durante tutta la fase di scrittura e registrazione del disco. Tom avrebbe detto: “Ci ho rinunziato, perché mi rendevo conto che una volta sulla tastiera le dita ricominciavano a proporre i soliti accordi. E invece io cercavo qualcosa di diverso”. Niente piano allora, ma anche la batteria è ridotta all’osso. Ci ha pensato proprio lui Tom a registrare una serie di “pattern” ritmici con la voce, che nella maggior parte dei brani tengono l’ossatura del pezzo. A dargli una mano, il figlio Casey Waits, appassionato di rap e hip hop, che ha suonato le percussioni in alcuni brani e ha “scratchato” il piatto coi vecchi vinili in altri. L’effetto sonoro complessivo a tratti è chiassosissimo come in “Top of the hill”, brano di apertura, quasi un blues atonale, o in “Metropolitan Glide”. Anche perché nei pezzi meno convenzionali, Tom Waits non ne vuol proprio sapere ti cantare come Dio comanda. La voce arriva sempre da chissà dove, o è distorta, o è stata registrata in ambienti poco “insonorizzati”, una cucina o un bagno. Ma c’è anche tempo e modo per abbassare i toni, con alcune registrazioni più ordinate (aggettivo che, a fianco a Tom Waits suona sempre fuori luogo). Ma se i toni si abbassano, non per questo viene meno la tensione. In “Sins of the father”, dal ritmo sinistramente caraibico, non solo i peccati del padre, ma anche quelli della madre e quelli del fratello ricadono sul figlio. In “How’s it gonna end” la chitarra pizzicata denuda la voce di Waits che fatica a non barcollare sui suoi inimitabili “raschiati”. Lo stesso dicasi di “Dead and lovely”, dove la morte entra in scena senza troppi giri di parole. E non vorremmo trovarci ospiti, neanche per una notte dei sinistri abitanti del carrozzone di “Circuì”. La parola amore non scorre mai piana: al massimo è una rosa calpestata (“Trampled Rose”), e alle su spalle si aggirano minacciose le ombre notturne di un’accetta sporca di sangue o del granaio, da quale si consiglia vivamente di tenersi lontani. Né orco, né sciamano Tom Waits trascina la sua idea di blues fino agli inferi della tradizione folk e ne riesce ululante reclamando una pioggia mai salvifica (“Make it rain”) e respirando a pieni polmoni il suo blues moderno, fino all’improvvisazione finale, Clang Boom, una vera e propria performance in stile rap, coi mille rumori della sua voce, che cerca di conciliare il suono popolare delle origini americane con il nuovo suono “pop(ular)” delle strade di oggi. Non chiedeteci se è bello questo nuovo disco di Tom Waits: non saremmo obbiettivi! La sua voce e il suo mito potrebbero risollevare anche un pessimo jingle pubblicitario. Lasciateci con quella piccola gemma che chiude il disco e sembra riportarlo indietro di qualche decennio. E’ una lettera dal fronte, di un ragazzo di 21 anni: anche l’estate andrà dissolvendosi, e arriverà il gelo dell’inverno...” e io lo so che anche noi siamo fatti di tutte le cose che abbiamo perso oggi...”…e sia detto così, quasi sommessamente, con pochi suoni di contorno, e l’incedere neanche troppo sicuro di quella voce inconfondibile.
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