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Una volta lo si chiamava “il difficile secondo album”. Difficile, perché, come ben noto da chi bazzica gli sport di qualsiasi tipo, trionfare una volta è difficile, ma ripetersi risulta essere impresa solitamente improba. Storicamente, ci sono caduti in tanti, sul “difficile secondo album”: tornano in mente i Clash ed il loro avvilente “Give ’Em Enough Rope”, ma in tempi recenti hanno fallito, parzialmente, gli Strokes, e hanno fatto un pesantissimo tonfo i Vines, che, fino a pochi mesi prima, penne poco avvedute avevano definito nientepopodimeno una reincarnazione dei Nirvana. E sapevamo che anche per i Thrills sarebbe stata dura, riconfermarsi. Loro, gli irlandesi che ci avevano conquistato appena un anno fa con l’esordio “So Much For The City” e le loro limpide melodie West Coast, sarebbero riusciti ad andare “oltre”, a creare qualcosa di diverso e di migliore allo stesso tempo? Bè, la desolante risposta è che Conor Deasy e compagni non ce l’hanno fatta. Nonostante l’aiuto concessogli da compagni di strada celebri e talentuosi come Peter Buck (R.E.M.) e Van Dyke Parks, “Let’s Bottle Bohemia” è solamente un “So Much For The City” parte seconda, che difetta però di taluni picchi che avevano reso indimenticabile il precedente album, e che non può contare più neanche sul fattore “novità”. Eppure non inizia male, questo nuovo dei Thrills: “Tell Me Something I Don’t Know” è un bel pezzo più tirato del (loro) solito, “Whatever Happened To Corey Haim” è quasi una nuova “Big Sur”, un’altra straordinaria canzone pop che ti si radica nella testa con estrema facilità; e “Faded Beauty Queens” è un’altra convincente pop-song che ti vien voglia di definire “alla Thrills e basta”. Peccato che, a partire da “Saturday Night”, l’ispirazione si perda per strada, e ci si trovi di fronte a brani che, seppur stilisticamente perfetti, provocano una sgradevole sensazione di “deja vu”: in pratica, lo stesso intoppo degli Strokes di “Room On Fire”. Le novità, a volerle cercare, risiedono piuttosto nei testi. C’è sempre il folle amore di Conor Deasy (autore di tutte le canzoni) per Los Angeles e per le atmosfere della California del Sud; stavolta, però, trova spazio anche un’inedita forma di nostalgia per la Madrepatria Irlanda e, soprattutto, il controverso rapporto con la fama che i Thrills hanno sperimentato nell’anno passato. Basti pensare che in ben due liriche compare l’inusuale termine “Top 40”… Il testo più significativo, e che spiega in che luogo della mente si trovi Deasy oggi, è indubbiamente “The Curse Of Comfort”, dove afferma che “la maledizione del comfort ha perseguitato la tua vita artistica”, spera che “l’amore ci si metta di mezzo”, per concludere: “let’s bottle bohemia and start a career”, dove per “bohemia” non si intende la regione della Repubblica Ceca ma uno stile di vita che Deasy, evidentemente, ritiene gli sia indispensabile per riprendere a scrivere canzoni di un certo livello. C’è speranza, insomma, anche perché “Let’s Bottle Bohemia” si chiude su un pezzo folgorante, “The Irish Keep Gate Crashing”, impreziosito dall’arrangiamento orchestrale di Van Dyke Parks, che a tratti ci ha ricordato i Dexy’s Midnight Runners di “Too-Rye-Aye”. E che ci fa ritenere che ci siano le condizioni perché i Thrills tornino alla riscossa e, dopo questo “difficile”, zoppicante secondo album, possano regalarci un loro esaltante “London Calling”, o quantomeno un loro affascinante “Don’t Stand Me Down”.
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