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L’urlo che apre “Future legend”, opening track di “Diamond dogs” pare quello del glam morente. Con Bowie che si prepara a una nuova incarnazione, dopo aver “ucciso” Ziggy Stardust, suo alter ego che del glam fu il simbolo più pregnante, la notte del 3 luglio 1973 all’Hammersmith Odeon di Londra. Tecnicamente “Diamond dogs” è un disco di transizione dal glam al plastic soul di “Young Americans” e alla commistione di rock e elettronica di fine 70. In pratica è uno degli almeno cinque capolavori assoluti che il ragazzo di Brixton ha regalato alla storia della musica (gli altri sono “Hunky Dory”, “Aladdin Sane”, “Low”, “Heroes”), anche se certamente meno immediato degli altri. Nato dall’incrocio di due abortiti tentativi di concept, uno sulla vita di Ziggy Stardust (abbandonato in quanto “passo indietro”) e uno sul romanzo di George Orwell “1984” (cui si oppose la vedova dello scrittore), “Diamond dogs” è disco cupo, ossessivo, dominato da due intuizioni: quella della rockstar come potenziale dittatore e della tendenza delle democrazie a farsi totalitarie. Il disco, come il tour, è ambientato nell’apocalittica Hunger City, che farà da scenografia per il colossale tour che seguirà, il primo nella storia del rock concepito come un vero e proprio spettacolo teatrale. Ma “Diamond Dogs”, oltre che di contenuti, è anche un disco di ottime canzoni. Su tutte, “Rebel rebel”, forse il più bel riff di chitarra e il più grande inno generazionale mai scritti, concepito come pietra tombale del glam. Per la semplicità e immediatezza, ad essa si appaia la title track, costruita “rubando” il riff di “It’s only rock’n’roll (but I like it”, che gli amici Stones stavano registrando nello studio accanto. Il resto dell’album è invece piuttosto complesso, strutturalmente, ma non per questo meno godibile: il medley “Sweet thing/Candidate/ Sweet thing (reprime)” è una delle più intense e commoventi canzoni di Bowie, con una performance vocale di spettacolare abilità. “Rock’n’roll with me” offre un esauriente saggio dell’amore del “London boy” per il melodramma di Broadway, omaggiato anche nella base dell’apocalittica “Future Legend”, dove il synth esegue il tema di “Bewitched, bothered and bewildered", portata al successo da Sinatra. Ma pezzi epocali sono anche la stupenda ballata “We are the dead”, la straniante disco di “1984”, l’epica e oscura “Big brother”, l’apocalittica “Chant of the ever circling skeletal family”. L’edizione del 30° anniversario offre un secondo cd, ricco di pezzi che accompagnarono la gestazione del disco: “Dodo” e “Candidate (Intimacy mix)”, a lungo miraggio dei fans (ma pesa l’assenza di “Zion”), la versione Usa di “Rebel rebel”, più bella di quella dell’album, “Growin’ up”, cover di Sprigsteen con Ron Wood alla chitarra, tra gli altri. Completa il tutto un ottimo libretto, ricco di note e foto. Più che un disco, una lezione di storia del rock.
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