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Voi magari disapproverete, ma è nostra opinione che gli artisti della scena britannica odierna hanno un poco gradevole tratto in comune: sono boriosi, presuntuosi, montati a dismisura. In una parola: antipatici. Pensate alla spocchia dei Radiohead, o agli atteggiamenti ribelle-chic dei Libertines, o anche alla faccia da schiaffi di Liam Howlett dei Prodigy. Per non parlare di quel detestabile trio composto dall’ex-Stone Roses Ian Brown e dai due fratelli Gallagher, la cui vista ci tormenta ormai da oltre una decade. Mike Skinner alias The Streets rappresenta, in questo panorama di personalità irritanti, una ventata di aria fresca, una rara, isolata eccezione: una popstar finalmente umana, simpatica e (almeno apparentemente) umile. Aldilà di queste qualità – che in qualche modo, comunque, si riflettono sulla sua musica - Skinner, che giunge oggi all’attesissimo appuntamento con il secondo album dopo il fragoroso impatto, un paio di anni fa, dell’esordio “Original Pirate Material”, possiede almeno due punti di forza: il sound e le liriche. Da un punto di vista strettamente musicale, The Streets rappresentano un mix decisamente originale di Blur epoca-“Park Life” (con il quadrophenico Phil Daniels al microfono), hip-hop old-school e UK dance/garage scarnificata, una miscela priva di precursori né, va da sè, di epigoni. I testi, poi, sono il vero piatto forte di questo “A Grand Don’t Come For Free”, che è una sorta di concept-album imperniato su una settimana (o un mese) nella vita di un “average bloke” di nome Mike, fatta di DVD che non si riescono a riportare in tempo al negozio di noleggio, di serate passate al pub o a guardare match calcistici alla tele, di rapporti sentimentali sulla lama del rasoio, di vacanze di massa a Ibiza, e soprattutto di (tante) sostanze alteranti legali e illegali. Quella di Skinner è vera poesia urbana, efficacissima nell’esprimere i desideri, le incertezze e le (scarse) ambizioni dei tardoadolescenti britannici del 2004, o più esattamente, di alcuni di loro. Illuminante, in questo senso, il brano d’apertura “It Was Supposed To Be So Easy”, che racconta la mattinata sfigata di un giovane svogliato senza arte né parte. Tutto bene, quindi, in questo “A Grand Don’t Come For Free”? Non proprio tutto, chè, oltre ai due punti di forza suaccennati, il progetto The Streets ha anche un punto, non diciamo proprio debole, ma insomma, da affinare: quello della composizione di canzoni. E’ ottima la “intro” già citata “It Was Supposed To Be So Easy”; è gia da considerare tra i più importanti brani del 2004 il singolo “Fit But You Know It”, caratterizzato da un andamento cadenzato tutto da ballare ed un riff di chitarra indimenticabile; e sono più che OK anche la lenta “Dry Your Eyes”, con arrangiamento orchestrale, chitarra acustica ed un ritornello “killer”, e l’allucinata “Blinded By The Light”, memoria di una serata spesa ad annebbiarsi la mente e ad intossicarsi il corpo. Il resto di “A Grand…”, però, risulta impaludato in una certa indistinta monotonia d’insieme, laddove la recitazione tra il “cockney” e il “brummie” di Skinner, pur supportata da liriche di valore assoluto, risulta spesso monocorde; e dove le basi musicali ridotte all’osso, in assenza di idee melodiche eccelse, si ritorcono come un boomerang sul suo creatore. Che poi sullo stesso album possano convivere due brani come “Fit But You Know It” (un trionfo per il dancefloor e per le radio) e “Get Out Of My House” (un’assurda, demenziale, ripetitiva filastrocca da elementari) rimane per noi un vero enigma. “A Grand Don’t Come For Free”, di conseguenza, è un concept-album riuscito solo a metà: Pete Townshend e Ray Davies (maestri della rock- e pop-opera) possono continuare a dormire sonni tranquilli ancora per un po’. Peccato, perché il simpatico Mike avrebbe i numeri per insidiare il loro primato, ma non pare essersi applicato abbastanza. E un Grand(e Disco) non arriva mica per grazia divina, bisogna darci sotto e comporre le canzoni giuste, o lavorare di cesello su quelli che sono solo dei promettenti bozzetti. Appuntamento rinviato alla prossima volta?
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