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Maximo Park
Risk to Exist
2017
Daylighting
di Umberto Bartolotta
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Il nuovo album dei Maxïmo park, gruppo inglese nato all’inizio di terzo millennio, "Risk To Exist” mostra pienamente le radici della band, nata come quartetto d'avanguardia strumentale.
Traccia dopo traccia è evidente una maniacale cura degli arrangiamenti, ma sotto i chitarroni e la batteria magnetica emerge una virata melodica decisamente pop.
La versatile voce di Paul Smith viene ampiamente sfruttata con pezzi molto cantati e dagli stili contrastanti: dallo staccato del ritornello del brano di apertura (What did you do to deserve it), al falsetto sul ritornello di Get High (No I Don't). Eppure, le parti strumentali rappresentano il momento migliore dell'album.
Gli stacchi tra le strofe meriterebbero un capitolo a parte, a riconferma della qualità artistica dei musicisti del gruppo. Il punto più alto è rappresentato da "The Hero" sintesi perfetta tra le aspirazioni pop e il background indie/rock dei cinque artisti inglesi. Il cantato di Smith ricorda Ola Salo ( cantante dei The Ark) nel brano It takes a fool to remain sane. Il brano evolve da una base con sonorità elettroniche vintage, con un crescendo del tempo, fino ad un intermezzo soul con assolo di tromba, per stupire nel finale con le chitarre elettriche che si impadroniscono della scena. Il tutto unito da un ritmo scandito da un'eccellente batteria.
Emerge da tutto l'album, infatti, la qualità delle percussioni del batterista Tom English. Sintesi stilistica non riuscita invece in altri momenti, in Make what you can, costruita su cadenze dissonanti e tante idee strumentali originali che male si amalgamano tra loro.
Nella title track Risk to exist invece le percussioni e l'idea del rischio imminente che intendono trasmettere finiscono per risultare a tratti fastidiose. Le tematiche dei testi legate ai problemi sociali di un sistema politico indifferente alle reali emergenze (emigrazione, povertà...) fanno da collante e donano coerenza e significato all'intero progetto.
In definitiva Risk to Exist segna un ulteriore importante step nell'evoluzione della band inglese, tuttavia, non una vera e propria svolta, il gruppo sembra ancora alla ricerca di una propria personalità artistica. Non bastano tastiere sognanti e influenze ora soul, ora da british club a dare completa originalità al lavoro.
Il disco co-prodotto da Tom Schick (Wilco, Beck, White Denim), sembra volersi ispirare a tratti ai grandi pezzi degli U2 (Work and then wait ad esempio), strizzando l'occhio alle inarrivabili alchimie elettroniche dei Depeche Mode. Ed è un peccato perché questa ricerca di un sound mainstream rischia di mettere in ombra la vera anima indie della band
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28/04/2017 -
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