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Cantautrice di casa a New York City ed inserita a pieno titolo nel filone dei folksingers low-fi che tanto successo – non solo critico ma anche di pubblico – stanno riscuotendo, la Nastasia ha già dimostrato con le sue due ultime uscite – “The Blackened Air” (2000) e “Run To Ruin” (2002) - di poter dare una bella pista alla maggior parte dei colleghi/concorrenti del suo giro. Risulta quindi benvenuta questa pregevole ristampa da parte della benemerita Touch & Go del suo primo introvabile album inciso nel 1999, che in origine era stato stampato per una minuscola indie-label e prodotto, come anche “The Blackened Air”, dal leggendario Steve Albini, sinonimo per chi non lo sapesse di Big Black, Rapeman, Pixies, Nirvana, etc. “Dogs” conferma, se ce ne fosse bisogno, le notevoli qualità della Nastasia, ed anche in alcuni casi certe sue deplorevoli tendenze. Tra i punti forti c’è la voce, che di volta in volta sussurra o esplode limpida e cristallina, e con una dizione perdipiù perfetta, lontano dalle aberrazioni alla “Mickey Mouse” a cui ricorre certa sua concorrenza (vero, Joanna Newsom?). In positivo c’è anche una stupefacente facilità nel songwriting, peraltro molto vario: a differenza di alcune colleghe tendenti al monocorde, Nina Nastasia spazia con estrema nonchalance dallo stile folk meditativo di “Dear Rosie”, dalla ballata darkeggiante di “A Love Song” alla canzone indie-rock (con una grandiosa batteria “profonda” creata da Steve Albini in stile “Surfer Rosa” dei Pixies) di “Underground”. Proprio “Underground” e il pezzo che lo precede “Julie’s In The Sandbox”, contrappuntato da un violino altamente evocativo, fanno schizzare decisamente in su il nostro livello di gradimento e ci fanno, per qualche istante, sperare e credere di essere – inaspettatamente - alla presenza di un “classico”. “A Dog’s Life”, immediatamente successiva, è una obliqua folk-song che ci fa capire da chi abbia preso qualche punta di ispirazione la pur brava Laura Veirs, e che mantiene elevatissimo il livello di “Dogs”. Poi, però, emerge anche qualche magagna, consistente nel fatto che la Nastasia forse è “troppo” brava; ovvero, è in grado di scrivere in molte, troppe chiavi diverse – alcune delle quali non sembrano appartenerle – e perfino in una chiave adatta alle radio FM, cosa di cui ci dà purtroppo qualche dimostrazione, in particolare in “Nobody Knew Her”, roba da Lisa Loeb e dintorni. Così, alla fine, di “Dogs” ci rimangono quattro-cinque grandi canzoni, alcuni brani un po’ generici e due-tre episodi assolutamente da dimenticare. Ma la classe e il talento, indubbiamente, ci sono, e la produzione – di Albini – è superlativa. Insomma, è (è stato) un buon esordio, peraltro già superato per consistenza e qualità da “The Blackened Air” e “Run To Ruin”.
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