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Houston, abbiamo un problemino. Il problemino ce l’abbiamo con la folk-singer a bassa fedeltà Joanna Newson, gettonatissima emergente che dà oggi alle stampe questo secondo album dall’obliquo titolo di “The Milk-Eyed Mender”. Bè, Joanna noi proprio non la digeriamo, pur dovendo, a denti stretti, ammettere che possiede un certo talento, che peraltro ci viene costantemente ricordato, ed esaltato, dai suoi amici ed estimatori del giro low-fi (mica pizza e fichi: stiamo parlando di gente del livello di Will Oldham, Devendra Banhart e Laura Veirs). Joanna non suona la chitarra, come tutti gli altri. Suona l’arpa, il che dovrebbe conferire ai suoi malinconici brani acustici un’atmosfera peculiare ed originale, ed in qualche modo gliela conferisce. Il motivo per cui “The Milk-Eyed Mender” ci risulta indigeribile sono altri. Vediamo di riassumerli. A) La Newsom ci ricorda per qualche oscuro motivo Elisa, l’italiana che canta in inglese: stessa faccia stessa razza, come dicono i greci, stessa presunzione di star cantando le strofe più importanti nella storia del mondo. Aripijate, Elisa, anzi Joanna…. B) La voce. Pare uscita da uno di quei topi dei cartoni animati della Disney. E’ petulante, insistente, dopo quattro canzoni ti viene l’istinto insopprimibile di cambiare CD e mettere su una voce virile, chessò, Bon Scott o Franco Califano. C) E poi i testi delle canzoni. Pieni di simboli, immagini, giochini di parole eruditi quanto si vuole ma che capisce solo Joanna e chi le sta dentro alla capoccia. Tanto per essere espliciti, noi non ci abbiamo capito assolutamente una mazza. Di che parla una canzone che si intitola “Clam, Crab, Cockle Cowrie”? Che verità profonde si nascondono dietro la strofa “la differenza tra un germoglio e un fagiolo è un anello dorato, un laccio attorcigliato”? Se si va a vedere, l’unico brano comprensibile di tutto il disco è “Three Little Babes” (anche musicalmente uno dei più gradevoli) che non è stato composto dalla Newsom, dato che trattasi di adattamento da un Traditional! Detto questo, alcuni episodi sono anche – melodicamente – interessanti, come “The Book Of Right-On”, poi però siamo arrivati al pezzo n.8 intitolato “Cassiopeia” che è, considerati anche i punti A), B) e C), uno dei più pedanti ed insopportabili del secolo appena iniziato, e ci è venuta seriamente voglia di chiudere bottega e recensire il disco in maniera monca, cosa che poi non abbiamo fatto per rispetto verso chi ci legge. Devendra, Will, Laura: ma che ci avrete mai trovato in questa sdegnosa, cervellotica suonatrice d’arpa?
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