|
E’ una delle ultime registrazioni lasciateci da Higgins prima della sua prematura scomparsa, un male incurabile che lo ha consumato nel giro di pochi mesi. Una sorta di testamento spirituale, dove Higgins e Lloyd, legati da un profondo legame spirituale oltre che professionale, che risale agli anni ’50, si cimentano in una prova dalle caratteristiche insolite per il catalogo E.C.M., un booklet al posto della consueta registrazione in studio, ovvero una serie di registrazioni fatte in casa, da Lloyd, dalla moglie Dorothy Darr e naturalmente da Higgins in veste di prolifico e versatile batterista. Un album frutto di ardite sperimentazioni, di percorsi sonori eterogenei, di una collaudata esperienza, di un insaziabile desiderio di suonare insieme, cimentandosi con l’improvvisazione e il gioco. Dunque una conversazione domestica fra “amici”, un incontro fra due leggende del jazz, un evento a dir poco eccezionale, e tuttavia discreto, confidenziale, per pochi intenditori. Gli argomenti musicali trattati sono molteplici, gli spazi attraversati si succedono in un affascinante gioco di riferimenti e citazioni, esplorazioni e rivisitazioni, meditazioni e raccoglimenti. Sonorità innovative, fraseggi effervescenti, melodie che toccano il cuore, una musica che effettivamente trascende ogni possibile etichettatura, gusto o tendenza. Un’occasione tra l’altro per ascoltare Lloyd ed Higgins anche in veste di polistrumentisti. Gli strumenti suonati, che per Lloyd vanno dal sassofono al piano ai maracas fino al taragot tibetano in legno, sono splendidamente inseriti nel contesto musicale, riuscendo a creare atmosfere che spaziano dal jazz puro, classico, al jazz più tipicamente esotico e tribale della scena free, di cui entrambi i musicisti fecero parte all’inizio degli anni ’60. Higgins alla batteria ci introduce in un caleidoscopico universo di ritmi e percussioni a ruota libera, per poi deliziarci, alla chitarra, della sua voce esile, lirica ed intimista, che canta un blues malinconico. Come non meravigliarsi dunque di un’intesa così profonda e soprattutto varia, di una collaborazione così efficace, di un feeling che va oltre l’amicizia e che è arte allo stato puro: i due musicisti sembrano a volte sorridere a volte prendersi gioco di se stessi. A volte si parlano in modo serio, compunto, meditativo, a volte sembrano strizzarsi l’occhio. Ciò che ne esce fuori è un lavoro ricco di spunti e suggestioni, una specie di piattaforma crossover, dai contenuti complessi, dove i ricordi (stiamo parlando di due musicisti che hanno dato un contributo notevole alla storia del jazz) e le citazioni (mai nostalgiche, mai premeditate) sembrano testimoniare un’audacia espressiva e una sincerità per le quali non esistono parole di elogio adeguate. E questi due CD sono senz’altro un tributo essenziale, più che doveroso, alla memoria di una grande amicizia e di una collaborazione ormai finita per sempre.
|