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“Elvis è stato un eroe per la maggior parte della gente / ma per me non ha mai significato un benemerito”, rappava placidamente Chuck D degli hip-hoppers Public Enemy, circa una quindicina d’anni fa, e vale dire – anche se di recente Chuck ha pubblicamente fatto ammenda – che mai lirica pop fu più provocatoriamente sconsiderata. A giudicare, soprattutto, dal contenuto di questo CD singolo che commemora la più feconda ed influente produzione del più grande ed influente cantante di pop/rock dell’era moderna. Elvis è una sorta di Gesù Cristo: la religione del rock – come la conosciamo – come forma di culto musicale ma-non-solo, che esula o cerca di esulare dalle bieche convenzioni dello show-business, nasce con il ragazzo nato a Tupelo e maturato a Memphis, e con le facciate incise per la Sun Records di Sam Phillips tra il luglio del 1954 (50 anni fa!) e il novembre del 1955. Se non ci fosse stato Elvis, io non sarei qui oggi chinato sul PC a spremermi il cervello per cercare di esprimere la mia intatta ammirazione per canzoni che si chiamano “Mistery Train”, “Blue Moon Of Kentucky” e “I Don’t Care If The Sun Don’t Shine”, ma forse possiederei in uno scaffale una poderosa collezione di francobolli. E voi cari lettori non stareste leggendo queste righe, ma sareste chissà dove, lo sapete solo voi, perchè leggere un magazine su una musica che non è stata inventata è impossibile – che barba la classica, che seghe mentali il jazz, per non parlare delle sbiadite canzonette italiane e sudamericane. Va detto però che non è facile, se si è carini, puliti e molto molto giovani, lasciarsi sedurre dal fascino di “Elvis At Sun”. Prima di tutto, c’è un pizzico di polvere da spazzare via da queste canzoni che – si sente – furono incise parecchio tempo fa. Poi bisogna fare un piccolo viaggio, mentale, a ritroso nel tempo. Ad un tempo in cui il gospel, il country, il blues ed il pop viaggiavano ognuno per un proprio binario separato, senza mai incontrarsi. E riflettere sul fatto che improvvisamente, nel 1954, puff!, Elvis (insieme al chitarrista Scotty Moore e al bassista Bill Black) registrò il singolo “That’s All Right” / “Blue Moon Of Kentucky” ed unificò il tutto, creando in un sol colpo quello che oggi chiamiamo rock, che poi in fondo è solo musica senza preclusioni e preconcetti. Per apprezzare appieno “Elvis At Sun”, però, c’è bisogno anche di qualcosa in più, in grado di incrementare l’atmosfera di queste “sides”. Un viaggetto nel Tennessee sarebbe l’ideale, a me è bastato – e basta tuttora – un riuscito film di Jim Jarmusch degli anni ’80, “Mistery Train”, quello in cui a una coppia di fidanzatini giapponesi in gita a Memphis ne capitano di tutti i colori. Ma cercate voi la chiave giusta, quella che fa per voi, sono certo che riuscirete a trovarla. E infine, una nota storica informativa: prima dell’inizio degli anni ’80, queste facciate incise da Elvis per la Sun erano praticamente – inspiegabilmente - irreperibili, a meno di non volersi svenare per procurarsi i 45 originali degli anni ’50. Solo allora fu pubblicato un album che le conteneva. Su CD, invece, fino ad oggi era reperibile il doppio CD “Sunrise”, in cui era presente anche un dischetto a mio avviso ridondante, con i primi acetati incisi da Presley per l’adorata mamma, parecchie outtakes incomplete, e vari pezzi live a bassissima fedeltà. “Elvis At Sun” arriva quindi ad aggiornare “Sunrise”, ed è la perfezione: le 19 essenziali canzoni in formato compatto, a buon prezzo, e con un sound, come dice la pubblicità, come non si era mai sentito prima. Dopodichè: Elvis firmò per la RCA, divento una star internazionale, cantò canzoni indimenticabili regalategli dai migliori compositori dell’epoca, partì soldato, andò a Hollywood, si perse, si ritrovò, si riperse ancora, infine morì grasso solo e intristito. Ma per quel breve arco di tempo che va dal luglio del 1954 al novembre del 1955 fu una sorta di moderno Gesù Cristo, fu per davvero un eroe, e dette il via ad una rivoluzione il cui significato e la cui portata è oggi ancora difficile quantificare appieno.
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