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E’ stato talmente esaltato da certa stampa britannica, questo 4° CD degli sconosciuti – fino ad ora – Richmond Fontaine – che ci siamo sentiti in obbligo di procurarcelo per verificare se non si trattasse, piuttosto, della consueta fregatura in stile Vines/Strokes/Franz Ferdinand che gli eminentissimi signori di cui sopra, da un po’ di tempo, sono soliti rifilarci. La risposta è che, sì, stavolta tanto entusiasmo possiede basi solide, in quanto “Post To Wire” è veramente un Signor Disco. Non inventa la ruota, il quartetto di Portland, Oregon, ma ci propone una rassegna di canzoni che non dimenticheremo presto, in uno stile che oggi va di moda definire alt-country, eseguite con gran classe e perizia, e radio-friendly al punto giusto per poter essere inserite nel lettore CD della vostra macchina. Ci sono piaciuti parecchio, i RF, anche perché l’evidente maestro ispiratore di Willy Vlautin (cantante, leader carismatico e compositore della band) è un certo Mark Eitzel – già con American Music Club – il campione della ballata da magnifico perdente già inaugurata splendidamente da Leonard Cohen quasi 40 anni orsono. Un’altra influenza evidente è Raymond Carver, lo scrittore, e i suoi bozzetti di individui sfigati, gente che vive nelle roulotte e conduce esistenze miserabili con rarissime se non inesistenti vampate di gloria. Ascoltare, per credere, “Barely Losing”, che narra di una “vacanza di tre giorni” fatta a Las Vegas da una coppia di poveri cristi senza una chance: melanconicissima e di una profondità rara nella rock-music. Strepitosi anche il più movimentato brano d’apertura, “The Longer You Wait”, e il west-coast sound della title-track, cantata a due voci da Vlautin e dalla guest-singer Deborah Kelly, tra le migliori cose di rock tipicamente USA che ci sia mai capitato di ascoltare. “Post To Wire” ci fa dubitare solo quando cade in qualche “springsteenismo” (un’altra delle influenze di Vlautin, stavolta, a nostro avviso, nociva): ciò che accade – parzialmente – in “Polaroid”, e – totalmente – in “Two Broken Hearts”, un brano che pare uscito direttamente dalla penna del Boss, e dove i due protagonisti, uomo e donna, per appartarsi vanno al famigerato “reservoir” che appariva anche su “The River” (per inciso: non abbiamo mai capito cosa diavolo sia questo benedetto “reservoir”, possibile che sia l’unico luogo che viene in mente ai songwriters americani per far sfogare i pruriti delle loro coppiette?). Ogni tanto, i Richmond Fontaine provano anche a rockare un po’, in maniera un po’ “dark”, come accade nella fascinosa “Hallway”; esplorano territori country come in “Always On The Ride”, poi però lo stile dominante, quello intimista alla Mark Eitzel, riprende il sopravvento, e ci si imbatte nella meditabonda “Alison Johnson”, altra pennellata di classe da parte di Vlautin. “Post To Wire” si chiude con la epica disperazione del racconto di “Willamette”, contenente un altro chorus che ti si conficca nella memoria dopo appena un paio di ascolti, e con il bello quanto mesto strumentale con tanto di pedal-steel guitar “Valediction”. Ci fanno tornare la speranza nel rock americano, questi Richmond Fontaine, con le loro soluzioni melodiche mai banali, le loro liriche che – finalmente! – raccontano storie comprensibili ed allo stesso tempo intriganti, la loro inclinazione alla malinconia che non sfora mai nell’autoindulgenza. E la cosa più bella è sapere che prima di “Post To Wire” ci sono altri tre album pieni di canzoni di Willy Vlautin che non abbiamo mai sentito e che adesso andremo a ricercare in tutti i negozi specializzati, ai mercatini, se è il caso perfino su E-Bay. Abbiate fede: li troveremo, e vi faremo sapere.
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