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Arrivano da Belfast, ma il gruppo degli Snow Patrol si è formato a Glasgow, in Scozia, terra in cui alcuni dei componenti hanno studiato e hanno iniziato a formare il primo nucleo della band. “Final Straw” è la loro ultima prova, dopo l’esordio nel 2001 e progetti alternativi che, se non hanno riscosso un grande clamore, hanno quanto meno contribuito ad avviare un buon passaparola e hanno permesso che si formasse un buon numero di fan. Con “Final Straw”, però, hanno colpito nel segno, piazzandosi in ottima posizione nelle classifiche inglesi. Il singolo scelto come apripista è stato “Run”, pezzo con un ritmo romantico e delicato, una delle più belle ballate in giro al momento. I testi e il sound dell’album sono semplici, diretti: per il momento i ragazzi, guidati dal loro vocalist Gary Lightbody, sembrano interessati solo a suonare e a divertirsi stando tutti assieme, non a creare un suono mai sentito prima, né canzoni che si propongono per entrare nelle liste dei classici eterni. La semplicità che i quattro componenti degli Snow Patrol hanno deciso di usare come loro caratteristica è chiara anche solo leggendo i titoli di quest’album: “Wow”, “Chocolate” o “Ways & Means”. E “Spitting games”, che però ha un bel ritmo e racconta la storia di un ragazzo troppo timido per provare a farsi notare da una ragazza. Questa traccia è di una freschezza e semplicità pazzesche ed è forse una delle più riuscite dell’album. Quanto meno, questa ricerca di una linea diretta li risparmia da inutili e azzardati paragoni con altre band. Tra l’altro, “Chocolate” è una canzone che si fa ascoltare e riascoltare volentieri, proprio come la traccia d’apertura “How to be dead”. “Final straw” sembra un album “a scadenza”: lo ascolti, magari anche più volte di seguito, canticchi i ritornelli delle canzoni e tieni il tempo dei dodici brani che si susseguono alternando ritmi più o meno serrati, poi spegni il lettore cd e hai una bella sensazione, che però pochi minuti dopo ti sei gia dimenticato. Il fatto che una delle ultime tracce del cd si intitoli “Somewhere a clock is ticking” (da qualche parte un orologio ticchetta) è una scelta che non poteva essere più appropriata: è come se questo album avesse un timer predisposto che, una volta scaduto, lo spinge un po’ nel dimenticatoio. Peccato, però, perché alcune delle tracce hanno proprio delle belle idee di base. Forse se i ragazzi avessero spinto di più verso un obiettivo comune, avrebbero potuto raggiungere un risultato sonoro diverso, e senz’altro più intrigante.
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